In cammino sulla Via del Volto Santo

La Via del Volto Santo, da Pontremoli a Lucca attraverso Lunigiana e Garfagnana. Qui, Piazza al Serchio

La mia Via del Volto Santo, a dirla tutta, inizia ben prima di muovere il primo passo da Pontremoli.

Nell’immaginazione lo aveva fatto quattro anni fa, quando l’avevo sentita nominare per la prima volta entrando nel Duomo di Lucca dove, appunto, è custodito il Volto Santo, Cristo ligneo da cui questo cammino prende il nome.

Il secondo tassello lo avevo messo verso la fine della Via degli Abati, in cima al crinale che mi avrebbe dato accesso alla Val di Magra, in una telefonata per chiedere consigli e suggerimenti su questo cammino ancora poco frequentato.

Perché se conosci qualcuno che di cammino ne sa più di te, puoi essere sicura che riceverai la dritta che ti serve. “Ho preallertato il mio uomo a Pontremoli che potresti arrivare, se hai bisogno chiamalo“.

E io chiamo. 

Oreste conosce bene la Via del Volto Santo, sta contribuendo a farne un percorso riconosciuto nella sempre più ampia rete dei cammini europei che vengono recuperati e valorizzati grazie alla riscoperta di un turismo a passo d’uomo. Ha anche pubblicato una guida al percorso, purtroppo fuori catalogo, ma mi regala una lunga lista di suggerimenti, luoghi da vedere, persone da incontrare in questo itinerario che attraversa Lunigiana e Garfagnana, una Toscana meno battuta, fatta di pendenze più schiette e meno da cartolina, attraverso borghi sempre più spopolati ma non meno affascinanti.

Vai  a Castiglione del Terziere, e cerca la Castellana”, mi dice.

Un borgo minuscolo, con una sola abitante. La Castellana, appunto. È quasi ora di pranzo, gli unici suoni sono quelli delle posate che provengono dalle case trasformate in albergo diffuso. Una donna vestita di giallo mi saluta ed si infila in una porta, quando esce la fermo – e sì, la Castellana è lei. “Oggi travestita da Cenerentola!mi dice. Purtroppo ha una serie di commissioni e non mi può far visitare il castello e la collezione di libri antichi per cui sono arriva fin quassù. Ma mi mostra le vie decorate di poesie, e mi lascia il suo numero “Per quando torni“.

Le gambe vanno, e io le assecondo. Esco al mattino appena fa luce, sono a Fivizzano per ora di colazione, pronta a visitare il Museo degli Agostiniani, quello della Stampa, e… E niente, perché è domenica e purtroppo è tutto chiuso. Così proseguo alla scoperta dell’Alta Lunigiana, degli antichi percorsi di pellegrinaggio che ancora lasciano tracce nelle pievi, nelle decorazioni delle chiese, nei resti di un antico ospitale al Passo Tea. Per arrivarci è necessario affrontare una salita che pare infinita ma che mi godo passo per passo, guidata dai segni blu che mostrano la traiettoria che dovrò sudarmi per arrivare in vetta. 

Quando scavallo al Santuario della Madonna della Guardia, in cima al Monte Argegna, ogni fatica è subito dimenticata.

Di fronte a me le Apuane, che vedevo avvicinarsi e da cui non riuscivo a distogliere lo sguardo. Quelle forme aguzze che si stagliano verso il cielo, essenziali e senza niente di superfluo. Mi siedo sull’erba, e aspetto il tramonto.

Il giorno seguente in confronto dovrebbe essere una passeggiata. “È tutta discesa!” dice il gestore dell’alloggio dove mi sono fermata, che azzarda pure un “Da qui a Castelnuovo Garfagnana saranno due ore e mezza!” Sulla sua abilità nel fare di conto ho qualche dubbio, ma mi convinco che ci sia tempo per qualche deviazione. 

Salgo fino a Nicciano per conoscere Clemente Castelli, scultore che dalle pietre di fiume estrae i volti che vi scorge imprigionati,  proseguo per Verrucole dove visito il castello, chiacchierando con una coppia di Livorno di storia, etimologia, linguaggio. A Sambuca accetto un bicchiere d’acqua da Rosalba che cerca di convincere la nipotina a chiedermi di raccontarle cosa sto facendo e, forse, un giorno, a imitarmi.

A volte i segni azzurri e la guida non sono concordi: i primi puntano verso il bosco, l’altra parla di asfalto.

Magari mi perderò, ma non ho dubbi e inizio a salire lungo il sentiero affidandomi alle strisce azzurre sui castagni. Superato il borgo fortificato di Cascio, è la volta di un vero gioiello: Barga, con le colorate ville ottocentesche a circondare il nucleo medievale di stradine strette e scale e vicoli che salgono dall’aquedotto fino all’antica chiesa del Santissimo Crocifisso e, ancora più in alto, al Duomo.

San Cristoforo, bianca e solida sulla valle del Serchio, mi accoglie nella sua penombra con il suono di un organo suonato a quattro mani. A ora di pranzo sono a Ghivizzano, dove vengo circondata e adottata da due sorelle colombiane con nipoti londinesi e mariti toscani (o qualcosa del genere, non importano i dettagli quando si mescolano tre lingue e si fanno molte risate).

La lunga giornata si conclude a Borgo a Mozzano, dove mi aspetta una cena condivisa con gli anziani ospiti del meraviglioso convento francescano sede della locale Misericordia, antica confraternita che oggi gestisce servizi sanitari e di assistenza. Mi siedo accanto a loro, rispondo alle loro domande, porto loro un pezzetto del mio mondo, e in cambio ricevo una serata che non dimenticherò.

Resta solo Lucca, da raggiungere.

La tappa scorre come spesso succede quando stai per arrivare: il passo sembra impigrirsi come le acque del Serchio che costeggio nel Parco Fluviale. Sosto nella quiete della Pieve di San Donato, mi siedo a scrivere su una panchina accanto al ponticello sul Frega. Come a voler tardare almeno un po’ il momento di smettere di camminare.

Ma a un tratto Lucca è lì senza che nemmeno me ne accorga. Entro da Porta Santa Maria, lambisco la Piazza Anfiteatro, sbuco nella piazza davanti alla Cattedrale di San Martino.

Ed eccole, le lacrime. Come ogni volta, come ogni arrivo.

Chilometri, incontri, domande, momenti di solitudine, silenzio, bellezza, dubbi e certezze. Tutti concentrati in un istante, per poi tornare a sorridere, felice di essere esattamente qui. 

Dove sono, dove dovevo essere.

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