In cammino sulla Via degli Abati

Camminare lungo la Via degli Abati, cinque Valli attraverso gli Appennini da Pavia a Pontremoli

La guida alla Via degli Abati l’avevo comprata più di un anno fa. Mi aggiravo tra gli stand del Salone del Libro di Torino, dove ero finita per un progetto in cui mi ero lasciata coinvolgere con entusiasmo ma che si iniziava a capire che non avrebbe portato lontano. Di buono, però, questo progetto improbabile aveva portato l’opportunità di trovarmi lì, a fare avanti e indietro tra le corsie di libri di ogni genere. Avevo superato rapidamente la zona bambini, ignorato i fantasy, resistito ai libri di fotografie che poi non sai dove mettere. E mi ero riempita la borsa di guide di cammino.

Sarà che quell’idea mi era proprio rimasta in testa.

Scegliere un percorso in cui puoi partire direttamente dalla porta di casa, chiudendo la porta dietro di te per iniziare a camminare.

Per essere precisii, la Via degli Abati si muove da Pavia per arrivare fino a Pontremoli, offrendo tra le due città una tratta alternativa al percorso francigeno, che preferisce un giro più ampio attraverso la pianura, dirigendosi verso Piacenza e Parma per poi risalire fino alla Cisa. Più lungo ma anche più agevole, dato che la Via degli Abati concentra in meno di duecento chilometri cinque valli appenniniche, con i relativi saliscendi.

Come la chiama qualcuno una Francigena di Montagna, fatta di boschi e silenzio e fatica.

In poche parole, perfetta.

Io ci aggiungo un altro segmento e parto da Milano. Che alle sei di un sabato mattina di inizio agosto è silenziosa e deserta tanto da non riconoscerla, mentre il Naviglio mi guida come un nastro che si srotola verso sud. In testa i pensieri non si sono ancora svegliati, restano solo le sensazioni dei passi. Le suole sull’asfalto, il fruscio dello zaino che segue il movimento del corpo, lo sciabordio dell’acqua nella borraccia.

Il barista di Certosa di Pavia mi dice di essere lì da più di trent’anni, e di gente che cammina ne ha vista passare tanta. “Nessuno normale“, mi dice sorridendo, prima di augurarmi buon viaggio e raccomandarmi di stare attenta.

Appena si passa in Oltrepo la strada sale senza strappi, tra nomi che suonano familiari, ma che fino a oggi non avrei saputo collocare esattamente sulla carta geografica: Santa Maria della Versa, Ruino, Bagarello. I profili sono dolci, le colline ordinate di filari di vigne. Un po’ mi perdo, un po’ cerco viottoli alternativi quando qualche cane mi si para davanti.

Anche la proprietaria dell’agriturismo di Grazzi mi guarda a occhi spalancati: da Milano, a piedi, da sola? Scuote la  testa, ancora di più quando le dico che per cena ho quello che mi serve per farmi un panino. Torna in pochi minuti con una scatola di spaghetti e dell’olio buono “Mangia, che sei magra come mia figlia”.

Vede, è per questo che posso camminare da sola. Perché la gente non è cattiva come la si racconta.

Bobbio me l’aspettavo in cima a uno sperone di roccia, forse per il suo appellativo di Montecassino del nord. Invece è sul fondo della valle, e per arrivarci si scende per uno stradello ripido che in cinque chilometri perde cinquecento metri di quota. Si passa accanto alle mura del castello e ci si infila nelle stradine medievali che si aprono poi nella piazza antistante la Basilica di San Colombano, solenne fulcro di questo cammino e nodo di un reticolo che per tutto il Medioevo fu garante degli scambi religiosi, culturali ed economici dell’intera Europa.

Superato il Ponte Gobbo ecco le salite, i borghi abbandonati, gli spazi sempre meno toccati dalla mano dell’uomo. Quando il sentiero si apre, mi fermo e mi guardo indietro, e ogni volta penso quanto è bello questo cammino che, percorrendo le valli con una traiettoria delicatamente arcuata, permette di vedere realizzato il movimento delle tue gambe nel campanile da cui sei partito, o nella collina a cui arriverai stasera.

Nei boschi dopo Bardi hai la sensazione che da lì non sia passato nessuno per settimane. Un silenzio così intenso che sembra stratificato, denso, palpabile. Un silenzio ricco di tutti i suoni che non siamo noi: il fruscio delle foglie nel vento, uccelli che si alzano in volo dagli arbusti, lo scalpiccio spaventato di un daino che sfreccia attraverso la radura.

Forse per questo è così difficile la discesa verso Pontremoli: si inizia a sentire in sottofondo il rumore dell’autostrada, si ha la tentazione di fermarsi sulla riva del Lago Verde e rimandare l’arrivo di un altro giorno. È una di quelle città in cui oggi è difficile arrivare per caso, superata velocemente nello sfrecciare della Cisa.

Ma Pontremoli è sempre stata un crocevia, dove i fili dei Cammini si uniscono per poi allargarsi nuovamente come una rete.

A me era rimasta nel cuore dal primo incontro, anche se fuori pioveva e allora ero una camminatrice dalle gambe buone ma il cui zaino poteva migliorare, tanto da ritrovarmi con i vestiti fradici e il telefono fuori uso. Stavolta invece mi viene regalata una giornata di luce splendente, e io ho uno zaino essenziale ma che contiene tutto ciò che mi serve

Pontremoli è arrivare, passare, partire.

Ho condiviso un brindisi con chi terminava lì i suoi passi, come con chi proseguiva nella speranza di arrivare fino a Roma

Con la sensazione tutta nuova di sapere in quale direzione sto andando.

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