Fermarsi e respirare

L'alba a Cape Muroto, isola di Shikoku. Fermarsi a contemplare la meraviglia

“Come fai a stare sempre giro, non è ancora il momento di fermarsi?”

A volte è una domanda diretta, a volte mi arriva per vie traverse. Dentro, o dietro, ci sono un sacco di storie diverse. Quelle di chi chiede, più che la mia. Chi è affezionato alla sicurezza della propria routine quotidiana e non riesce neppure a immaginare di rimbalzare nella stessa settimana da Trieste a Bologna, da Venezia a Torino. Chi prende l’aereo solo per andare in vacanza, e quindi mescola un pizzico di invidia a un accenno di “beata te che te lo puoi permettere”.

È vero – sono stata in giro, ho dormito ben poco a casa, mi sono goduta la scoperta di città mai viste come la meraviglia di città che mi sembrano più belle ogni volta che ci metto piede. Sono stata a Malta e a Berlino, solo bagaglio a mano e filosofia no frills, ostello, mangiare nei mercatini e arrivare ovunque camminando.

Il primo anno da freelance è stata una costante sperimentazione di contatti e contenuti, per capire cosa sapevo fare, cosa potevo imparare e soprattutto in che direzione volevo continuare a esplorare,

Quest’anno ho iniziato a ridefinire il modo in cui posso e voglio lavorare.

Essere una nomade digitale era un tassello dell’idea di me stessa portato a casa dal Sudamerica, e ho iniziato a testarlo sul campo.

Ho attraversato l’Italia in un mosaico fatto di lavoro e di una fitta rete di amicizie.

Ricambiare l’ospitalità con chiacchiere per aggiornarsi sulle cose che sono successe nei mesi o negli anni in cui non ci siamo visti, quando mi ricordo con una bottiglia di vino, senza dubbio con tante risate.

Per cinque settimane ho camminato in Giappone, con nello zaino un cambio di vestiti, la macchina fotografica e il computer.

Avevo in programma di staccare completamente, ma ho imparato una lezione fondamentale: un lungo viaggio e una scadenza lavorativa importante non vanno granché d’accordo. Mi sono adattata, sfruttando il fuso orario per mettere insieme tutti i pezzi: quando la mia tappa giornaliera arrivava alla meta, in Italia la giornata stava per iniziare.

Nel mio progetto di cosa voglio fare da grande ho lavorato prima sul cosa, poi sul dove.

Forse è il momento di fermarsi per pensare al quando.

Rispetto alla vita in azienda, quando sei un freelance ogni minuto viene pesato in modo diverso. Da dipendente è tutto più netto e lineare: quando sei in ufficio, seduto al pc o impegnato in una riunione, significa chiaramente che sei al lavoro. Qui, invece, ogni giorno devo negoziare con me stessa la mia idea di efficienza, di cosa è utile, di come sto utilizzando il tempo a mia disposizione.

È più difficile tracciare una linea chiara tra ciò che è lavoro e ciò che non lo è.

È lavoro scrivere per il blog? Sono lavoro i progetti a lungo termine, quelli che mi sembrano idee bellissime ma altrettanto nebulose, che devono ancora trovare il modo di diventare realtà? È lavoro lo studio, l’approfondimento, la curiosità con cui cerco di migliorare giorno dopo giorno?

L’estate dovrebbe essere il momento ideale per fermarsi un po’, darsi spazio per fare un bilancio, interrogarsi per verificare se a forza di andare avanti a tutta velocità non si stia inseguendo l’obiettivo sbagliato, guardare dall’esterno la propria ansia di raggiungere (cosa, spesso non è più così chiaro come sembrava all’inizio).

Fermarsi è un concetto che mi è poco familiare.

Un tempo soffrivo (più di ora, intendo) di quella che qualcuno chiama la “malattia del fare”: il desiderio incessante di muoversi, realizzare, raggiungere. Non mi appariva come una condizione anomala, o potenzialmente pericolosa. Il bisogno di ottenere un risultato tangibile, e un riconoscimento dello stesso, secondo alcuni si può considerare una vera e propria dipendenza. Ma è una dipendenza socialmente accettabile, che anzi riceve l’ammirazione e il rinforzo collettivo.

E io nel fare mi sento proprio brava.

Forse perché, come in tanti opposti necessari che ancora sto cercando di decodificare, non riuscivo a vedere una vita di mezzo, una composizione delle parti. Moto perpetuo o immobilità. 

Fare per la paura che essere non sia abbastanza.

Quelli che avevo raggiunto erano quasi sempre obiettivi che venivano da fuori, erano definiti dagli altri. Avevo confuso il bisogno di essere parte di qualcosa con quello di ricevere una validazione esterna. Ma capirlo non era sufficiente a trovare la strada che mi corrisponde davvero.

Ho provato a seguire la direzione opposta, con il risultato di sentirmi ancora una volta inadeguata – perché nemmeno questa mi faceva stare bene. Poi ho capito.

Lasciarmi definire dai miei risultati è una trappola, ma lo è altrettanto convincermi che l’unica alternativa sia rinnegarli.

Io sono anche quello.

Sono anche la mia ambizione, la vanità di essere riconosciuta da chi legge il blog, la soddisfazione dei progetti che porto avanti. Mi sono sempre ritenuta una privilegiata perché mi è capitato un lavoro che mi appassiona.

Più che mai in questa vita in cui il confine tra progetti lavorativi e personali è così sfumato, non voglio ragionare su un presunto e ineffabile equilibrio, ma su come vivere la vita migliore che posso. Che è fatta di lavoro e viaggi e amici e risate e no che a volte riesco a trasformare in qualcosa di bellissimo e a volte mi fanno male, come capita a tutti.

Forse il proposito di fermarsi non lo esprimerò nemmeno.

Ma proverò a seguire una riflessione, letta qualche anno fa, sulla tentazione di confondere il riposo con il tempo passato sui social, o a sistemare la casa, o a inventarci milioni di piccole attività pur di sfuggire alla difficoltà di provare a non fare niente.

Per quest’estate siate presenti con gli amici. Dormite quando siete stanchi. E quando riposate, riposate e basta.

O inoltratevi nell’ombra di un boscho, leggete un libro tutto d’un fiato, andate a fare shopping con un’amica, meravigliatevi delle piccole cose.

Fate quello che vi fa stare bene, perché alla fine il senso è tutto lì.

Io per stare bene da sabato torno a camminare: parto da casa, mi dirigo verso Pavia, quindi verso l’Appennino, Bobbio e Pontremoli. E poi chissà…

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