Solo un’altra scusa

Credo che i Giapponesi riescano a inserire uno scusa in ogni frase che pronunciano. Scusa quando devono farti attendere e scusa quando non sanno rispondere alla tua domanda. Ma anche scusa se vi incrociate sulla stessa soglia e dovete decidere chi passa per primo, scusa se alla cassa del supermercato ci sono più di due persone in fila.

Forse non ci avrei fatto così tanto caso se qualche anno fa non avessi letto uno studio sull’utilizzo di questa parola nelle diverse culture e nei diversi contesti: è così che ho iniziato la mia piccola battaglia culturale nei confronti dell’abuso di questa parola

Dire scusa sembra un modo innocuo per iniziare un’email, per introdursi in una conversazione, per sostenere la propria opinione senza sembrare troppo aggressivi. Sembra così innocuo che è diventato un’abitudine di cui non ci rendiamo più conto

E noi donne diciamo scusa un sacco di volte, e troppo spesso lo diciamo a sproposito.

Secondo gli studi, non perché gli uomini siano più restii ad ammettere di aver sbagliato. Piuttosto, perché sembrano distinguere maggiormente tra situazioni in cui è necessario scusarsi e altre in cui chiedere scusa c’entra ben poco

L’ho sperimentato su me stessa, esercitandomi a individuare i momenti in cui è opportuno fare un passo indietro e quelli in cui scusa è solo un riempitivo che rimanda ad altro. L’ho osservato più di recente nelle persone con cui ho avuto modo di collaborare, vedendo che in alcuni casi diventa la risposta automatica a qualsiasi potenziale situazione di conflitto.

Un mettere le mani avanti come se non fossimo sicure di poter prendere il nostro spazio, o esprimere il nostro punto di vista.

In ogni conversazione le donne danno forte rilevanza all’esperienza emozionale del loro interlocutore, e pur di mantenere l’armonia nella comunicazione ricorrono così alla formula magica.

“Scusa!”

Nel nostro team ci ironizziamo “tassandoci” ogni volta che lo diciamo a sproposito. Deborah Tannen, University Professor di Linguistica alla Georgetown University, studia il tema da almeno 20 anni, dimostrando che si tratta di una questione più complicata di quanto potremmo pensare. 

Analizzando l’uso del linguaggio sul posto di lavoro, ha identificato chiaramente la situazione scomoda in cui si trovano le donne: considerate meno efficaci se utilizzano un linguaggio percepito come “femminile”, fatto di toni più sfumati e – appunto – di parole che tendono a evitare gli estremi, tacciate di aggressività se scelgono una comunicazione dallo stile più “maschile”, diretta e senza troppi fronzoli.

La parola “Scusa”, quindi, non è colpevole in senso assoluto: dal punto di vista di chi la utilizza non sottintende per forza una presa di responsabilità, ma è un modo di rafforzare la connessione con l’interlocutore, di creare un contesto che abbassi le barriere. 

Ogni conversazione è un sottile gioco di equilibri, per cui non possono esistere regole fisse e uguali per tutte le situazioni. Ma può essere utile soffermarsi a pensare quali possono essere gli effetti, magari inconsapevoli ma presenti, di usare scusa come intercalare.

Nel nostro interlocutore, abbassa il livello di attenzione e di credibilità percepita del messaggio.

Se esordisco chiedendo scusa in qualche modo metto le mani avanti come se non fossi poi così certa che ciò che sto per dire (o scrivere) sia pertinente, o rilevante. Come se stessi sgomitando per prendere spazio, come se stessi entrando dove non sono stata invitata.

In noi stesse, abbassa la fiducia nella nostra efficacia e capacità di porci in modo autorevole.

Anche (o proprio perché) molto spesso non ha niente a che fare con la necessità di scusarsi per qualcosa che abbiamo fatto, ma deriva da una sensazione del tutto differente. Saper chiedere scusa è fondamentale, per mantenere relazioni positive. Ma non è la parola migliore se la vera motivazione è la paura del confronto, se ci impedisce di esprimere chiaramente quello che pensiamo, quello che vogliamo e di cui abbiamo bisogno.

Alla fine, diventa una specie di abito per tutte le stagioni, un’altra corazza che ci difende dall’esigenza di fermarci e riflettere su cosa sentiamo veramente in quel momento.

Chiedo scusa perché “oso alzare la voce” ma in realtà sono frustrata per la risposta che non mi è stata data e su cui chiedo una spiegazione? Oppure sono emozionata al pensiero di propormi per un progetto ma mi sento in dovere di scusarmi in anticipo perché magari non sono la candidata perfetta?

Cosa sento veramente, cosa voglio dire anche se mi fa paura?

Ho bisogno di sapere se

Mi piacerebbe davvero partecipare a

Sono convinta che

Vorrei fare una domanda

Grazie del tempo che mi dedichi

La mia battaglia anti-scusa è un invito a non accontentarsi, mantenendo gentilezza e rispetto.

Costruire la propria fiducia partendo dalla consapevolezza di quello che vogliamo realmente, e dal pieno diritto che abbiamo di esprimerlo.

E con quello che nel team raccogliamo per ogni volta che abbiamo detto “scusa” senza motivo, alla fine andremo tutte insieme a cena.

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