#seguilatuabussola – Imperfette prove di nirvana

Donne della prefettura di Kagawa preparano udon da distribuire ai pellegrini - anche questo è nirvana!

Ma voi lo sapete cosa vuol dire nirvana?

Lo chiedo perché la quarta e ultima prefettura, quella di Kagawa, rappresenta quella parte del percorso che ha permesso a Kobo Daishi di raggiungere questo stato perfetto di pace e felicità.

Ma io di nirvana ne sapevo ben poco, associandolo a un generico senso di pace e benessere dato dal superamento di tutto ciò che è materiale e transitorio. Così, tanto per cominciare, sono andata a cercarla nel dizionario:

nirvana s. m. dal sanscrito nirvāṇa «estinzione»

E chi se la aspettava, questa? Certo, il distacco dalle cose terrene, dalle passioni che ci dominano rendendo il più delle volte la nostra vita un gran casino. Ma da qui ad arrivare all’idea di estinzione, mi sembrava ci fosse ancora un bel salto concettuale.

Però, in fondo, qual è l’effetto di migliaia e migliaia di passi messi uno in fila all’altro?

Indubbiamente, quello di levigare, smussare, togliere.

E non parlo solo delle mie scarpe, la cui suola controllo ogni sera sperando riescano ad accompagnarmi fino alla fine. Né della spesa che faccio ogni giorno calibrando attentamente il peso da mettere sulle spalle con il rischio di ritrovarmi senza niente da mangiare.

Qui non sono nessuno.

Non ho una casa, un lavoro, a volte forse nemmeno un nome. La gente mi guarda, e può decidere che cosa rappresento in quello spazio che non mi appartiene. Posso essere una presenza che salutano sorridendo, che accolgono, a cui offrono una parola o regalano un gesto, come da usanza che promette fortuna a chi aiuta i pellegrini. O posso essere una sagoma che passa sul ciglio della strada, una perdita di tempo, un’ombra invisibile.

E forse il nirvana è che va bene comunque.

Unpenji è un momento fondamentale del percorso degli 88 Templi: il percorso che lo raggiunge è un henro korogashi, così ripido e faticoso da mettere alla prova il corpo; ma è anche un sekisho-ji, un passaggio di verifica della genuinità dell’intenzione con cui si è intrapreso il pellegrinaggio. Come ciliegina sulla torta, è il punto più alto, con una salita che arriva quasi ai mille metri.

Di solito la commozione la tengo da parte per il momento in cui il percorso si conclude, ma stavolta davanti al portale di accesso al tempio avevo già gli occhi lucidi.

D’altra parte, questo Cammino non ha un inizio, né una fine.

Forse per questo ci sono tante persone che sembrano restarne stregate. Perché il nirvana non è un momento, ma uno stato. E nella nostra imperfezione immagino sia utile ricordarci di cercarlo, curarlo, viverlo.

Così io, che alle piccole cose sono affezionata, decido di trovare la mia versione di nirvana. Il mio piede indolenzito è felice della salita perché mi costringe a camminare lentamente, e finalmente su un fondo morbido invece che sull’asfalto. Scoprire che il posto che credevo di aver prenotato è in realtà chiuso mi regala uno spassoso quarto d’ora nelle mani della signora che ha deciso di non potermi abbandonare al mio destino. Il proprietario del ryokan dove finisco con i suoi consigli (che non ascolto) mi fa sperimentare una serata in un ristorante che più autentico non si potrebbe (tanto che la mia presenza viene immortalata come prova fotografica dell’avvenimento).

Non è difficile, basta prenderci la mano.

Non potevo pensare di camminare mille chilometri senza qualche acciacco, di non finire in qualche bettola, di non trovarmi mai a ordinare alla cieca in una nazione con cui non condivido il linguaggio.

Ridere degli imprevisti, che di solito sono meno peggio di come li raccontiamo.

Poi, certo, la mia versione preferita è quella nella foto all’inizio. Arrivare al tempio dopo venti chilometri di cammino, con nello zaino solo tre fette di pane e una barretta, e scoprire che proprio oggi la comunità offre da mangiare gratis ai pellegrini di passaggio. Far scivolare lo zaino dalle spalle, sedersi al sole, gustare la miglior ciotola di udon che abbia mai mangiato.

Il nirvana a volte sa semplicemente di brodo caldo.

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