#seguilatuabussola – Ogni cosa è illuminata

Ogni percorso iniziatico passa attraverso un qualche tipo di illuminazione, ma più che altro la mia settimana nella prefettura di Ehime è illuminata dal sole.

Un sole estivo, di quelli che al mattino rendono più semplice la partenza e a mezzogiorno invitano a una sosta all’ombra. È bello camminare così, anche se tornerò a casa con il volto e le braccia color biscotto e il resto del corpo pallido come sempre.

Con il passare delle settimane l’arrivo del giorno si è visibilmente anticipato, e così posso godermi l’ora che preferisco: quella poco dopo l’alba, in cui le città si stanno ancora svegliando, i ragazzi vanno a scuola in bicicletta, le persone si affacciano incuriosite al tuo passaggio.

Cammino nella luce che diventa più intensa, mi godo i paesaggi che cambiano e i miei pensieri che li seguono.

A Kuma Kogen l’aria sa di legna.

Dei tronchi che sono appena stati tagliati, delle assi di cui sono fatte le case, dei ciocchi che ardono nella stufa che scalda una notte che non avrei immaginato così fredda.

Qui si sale verso templi di montagna, con uno sforzo che riporta alla disciplina necessaria al proprio percorso di miglioramento. È però una fatica tutta del corpo, che lascia libera la mente, mentre si prosegue in percorsi ben tracciati e senza strappi, con la luce che danza attraverso le fronde e una schiera di statue buddiste che sembra vegliare sul mio arrivo fino al tempio Iwayaji.

A Matsuyama l’aria sa di pioggia e terra bagnata.

Il che non deve essere comune in una città che sembra temere il fuoco quanto Kochi temeva il mare: piove poco, i greti dei fiumi sembrano solo un mucchio di ciottoli. I cartelli che là indicano vie di fuga per gli tsunami, qui sono sostituiti da quelli che segnalano i punti di attacco per le autopompe.

Questa nazione così organizzata e pronta ad affrontare la forza della natura racconta anche qui la sottile sensazione di essere sempre di fronte a un pericolo imminente, a una disgrazia che si può scatenare.

Finisco per immaginarmi che lo dica anche il vento, che per me è sempre stata invece una presenza positiva, energia che scorre e che mette in movimento.

Qui il vento sembra rabbioso, cupo, come se fosse solo il precursore di qualcosa di ancora più grande e incontrollabile.

Mi ritrovo a cercare di sfuggirlo, come se fosse possibile andare più veloce di lui. Che invece mi segue, sbattendo le lamiere che proteggono i capanni degli attrezzi, portando altre nuvole che minacciano pioggia. Per poi dissolversi appena la valle si apre, come se qui non avesse più giurisdizione, come se mi fossi sognata tutto.

A Saijo l’aria sa di cipolle e foglie nuove.

Il tempio Yokomineji, il sessantesimo, è considerato uno dei punti chiave del percorso: in questi il pellegrino viene messo alla prova perché dimostri l’onestà del suo proposito, e si deciderà se meritevole di proseguire o meno nel suo viaggio. In una giornata partita storta ho quasi la sensazione che forse qualcuno abbia da ridire sulla mia intenzione.

Ma forse sono solo io, a metter(mi) in dubbio.

Scendendo ritrovo la calma, mangio nel silenzio di un piccolo e defilato tempio shintoista, mi lascio attirare dal luccichio di un ruscello e scopro le statue che ne custodiscono la cascata.

Ma Ehime è anche pianura, chilometri infiniti che molti preferirebbero evitare.

A me, però piacciono.

Sembrano tutti uguali, come possono sembrare uguali i giorni che passano.

Invece Imabari è famosa per i suoi cantieri navali (ma anche per i suoi asciugamani, chissà se c’è un nesso), a Kikuma producono le tegole lucide e i fregi che decorano i tetti, a Kawanoe le cartiere si susseguono una dopo l’altra.

Io infilo nelle vie laterali, osservo le coltivazioni che cambiano, provo a leggere le insegne, o a immaginare cosa potranno mai voler dire. Ascolto i rumori delle officine, getto lo sguardo nei magazzini.

Respiro il profumo che mi racconta un’altra città.


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