Il temperamento del tuo viaggio

Fino a un attimo prima era una vacanza, e all’improvviso è diventato un viaggio. E il viaggio sgomita, perché vuole dire la sua e non si accontenta di attenersi a un programma che è stato deciso prima, quando ancora non avevi messo piede sul posto e quindi, fondamentalmente, non ne capivi niente.

È come se ci fosse un timer che scatta in automatico.

Il carattere del viaggio sembra spesso scorbutico. Ma di solito ha ragione: di quanti luoghi avevamo la sottile sensazione di conoscerli, solo per averli visti in un film, in fotografia o leggendo una guida?

Ecco, il viaggio entra con una spallata quando decide che è arrivato il momento di farti capire che le cose non sono esattamente come te le avevano raccontate, o te le eri raccontate.

Non è un processo lineare. Io di solito mi sveglio e decido di non seguire il programma che mi ero fatta solo la sera prima. In questo caso è bastata una mattinata di sole per decidere che no, non avevo voglia di prendere un autobus che mi lasciasse direttamente davanti al Kongofuku-ji, il tempio numero 38 che a più di ottanta chilometri dal precedente è il più remoto dell’isola e di tutto il percorso.

Avevo ancora bisogno di camminare vicino a quel mare che a ogni onda mi investiva del suo profumo e del rumore dei ciottoli levigati da questo scuotere incessante.

Affascinante e terrificante insieme, come un’immensa sindrome di Stendhal a cui non voglio sottrarmi.

Via via che si procede e che le destinazioni diventano più remote, le linee sottili che tracciano la direzione si sparpagliano sulla mappa come una rete che viene tirata da parti opposte.

È un altro aspetto affascinante di questo cammino: la circolarità rende solo una convenzione la numerazione da 1 a 88, le possibilità di come percorrerlo sono quasi innumerevoli. Vuoi il sentiero attraverso i boschi che segue un’antica traccia, salendo regolare e livellato da secoli di uso? O la strada più moderna al bordo di un canale , con la schiera di ciliegi in piena fioritura, sotto cui passare come attraverso una guardia d’onore? Gli angoli precisi delle risaie dove proprio in questo momento si stanno mettendo a dimora le nuove piantine o la via che passa nel centro di un villaggio, con le scuole da cui i bambini si affacciano per salutare?

Chiedo, e ognuno ha la sua opinione.

Sembrerà banale, ma a me fa riflettere. Mi sembrava una domanda ovvia, scontata, quale fosse la strada migliore da percorrere.

E invece, cosa vuol dire migliore?

Non è solo una questione di lingua, anche se a volte pure quella ci si mette. Mentre passo davanti a un baracchino che vende chissà che, la proprietaria si precipita fuori e mi indica che devo andare in un’altra direzione. Provo a spiegarle che voglio fare la strada panoramica, quella bella. Lei è irremovibile. Continua a ripetere qualcosa che non capisco ma che interpreto come “è troppo lunga”, facendo un’espressione corrucciata. Cerco l’aiuto del traduttore per dire “ma quanto lunga?”. Lei estrae una cartina, scorre il dito lungo la costa. Non concepisce che possa scegliere di camminare più di quanto sia necessario. Prende persino il telefono e pronuncia una frase che Google traduce come “uragano”. Guardo il sole estivo fuori dalla finestra, e mi chiedo se sia la signora ad aver calcato la mano o anche lui, come me, ad avere i suoi problemi con questa lingua ostica.

Mi arrendo, lasciando che sia il viaggio a scegliere per me.

Come sceglie lui due giorni dopo, quando mi sveglio sotto il diluvio universale. Il punto non è camminare con la pioggia, metti in conto che prima o poi succeda: parti, inizia a piovere, vai avanti (quasi) come se niente fosse. È mettersi in movimento quando già vedi cosa ti aspetta che diventa un ostacolo quasi insormontabile. Il vecchietto dell’ostello evidentemente comprende il mio dramma interiore, inizia a frugare in giro e mi estrae un ombrello arancione fiammante. Mai osettai fu più gradito.

Prendo l’autobus con l’idea di arrivare in un punto che mi permetta di camminare sulle ciclabili, oggi il bosco mi sembra fuori discussione. Ma quando mi alzo per scendere, l’autista mi chiede dove sto andando. Al tempio Enko-ji? Bene, stai seduta, ti dico io quando scendere.

Decido di sperimentare anche questa versione del pellegrinaggio, e di lasciare che sia la praticità giapponese a guidarmi, per un giorno. 

Cammino la metà e percorro il quadruplo dei chilometri. Alla fine mi sento stordita: dopo tanti giorni di lentezza la velocità mi provoca una sensazione di spossatezza quasi maggiore di quella, puramente fisica, accumulata camminando. Lì ti accompagnano gli alberi, i campi, il mare. Anche qui ci sono, ma fuori dal finestrino. E sarà la barriera di vetro o la rapidità che li rende sfumati, certamente non mi parlano allo stesso modo.

Mi sento un po’ un impostore, ma so che questa categorizzazione è tutta mia.

Solo gli stranieri tendono a suddividere rigidamente i pellegrini tra quelli che fanno le cose per bene e quelli che non le fanno. Mi sono trovata anche io a osservare con un pizzico di ironia e supponenza una coppia che, lasciato il macchinone parcheggiato a pochi passi dal portale d’ingresso, recitava con convinzione le proprie sure, bruciando incensi nel tempio che è considerato protettore del benessere e dei buoni affari.

Ho guardato loro, e ho guardato me stessa. La mia incapacità di comprendere quelle pratiche che sembrano mescolare sacro e profano, come era stata pochi giorni prima, in un tempio shintoista, la benedizione di un’automobile nuova.

Ma chi ha deciso di tracciare un confine tra alto e basso? Non è come dire che la nostra vita quotidiana sporca una non meglio specificata perfezione spirituale?

Nella mia attuale materialità, fatta di questo corpo che ogni mattina si alza, mangia, cammina, riposa, mi limito a osservare.

Ho ancora due settimane per imparare.

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