#seguilatuabussola – Io ballo da sola

Shikoku_Cape Muroto_Sunset

La seconda parte del Cammino, quella che attraversa la prefettura di Kochi, è chiamata Shūgyō – indica cioè un passaggio di austerità e disciplina. Guardavo la mappa, e mi chiedevo perché.

Certo, in confronto ai giorni precedenti, in cui la contiguità dei numerosi templi cittadini aveva permesso un’abbuffata di ben 22 soste in una sola settimana, qui le distanze si fanno ben diverse. Se già la città ha via via lasciato spazio a un paesaggio più rurale, di risaie e abitazioni che sembrano cristallizzate al Periodo Edo, adesso si prospettano orizzonti silenziosi a perdita d’occhio.

Guardo la linea dei passi futuri, che sembra giocare con la linea costiera, e mi chiedo –

Una volta sopravvissuta ai primi henro korogashi, quale durezza può derivare dal mare?

L’arrivo sulla costa, in effetti, sembra darmi ragione. Mah sì, mi perdo, ma che volete che sia: mentre vago per le viuzze di Yoki mi viene spiegato che l’atmosfera festosa che si vede è l’attesa della marcia con cui viene celebrata la fioritura dei ciliegi piantati trent’anni prima, e che adesso fanno da contrappunto alla baia di Tainohama che avrei incrociato dopo poche curve.

Una di quelle circostanze in cui sbagliare strada si rivela esattamente la cosa giusta da fare

E poi arrivo a Hiwasa, con lo splendido tempio in cui quattro tartarughe dorate sorreggono la base della pagoda, il centro storico con il suo dedalo di vicoli e i pescatori che sistemano le reti per il giorno seguente, la guest house di legno e pannelli di carta di riso, un piccolo giardino, la stanza con un tavolino basso inondato dalla luce.

Una volta sceso il buio, però, il vento che soffia forte sembra insinuarsi in ogni angolo, e il legno della casa pare rispondere in un dialogo che dura tutta la notte.

Quel mare dalle sfumature verde smeraldo e blu cobalto non è uno specchio tranquillo come quello del Mediterraneo.

Quello è il Pacifico. Che, appunto, di tranquillo ha solo il nome.

Percorrendo la panoramica Sun Line si vedono scogliere a picco su cui le onde si infrangono a piena forza. Un attimo splende il sole, quello dopo le nuvole si sono raccolte da chissà dove e diluvia. Nei villaggi una popolazione che sembra fatta di vecchi e bambini, come se la generazione di mezzo fosse fuggita dalla fatica di un ambiente scomodo.

Un Giappone diverso da quello a cui siamo preparati, e che forse anche cerchiamo.

Ed è allora che, forse, inizia a tornare il senso di quell’ascetismo che dovrebbe accompagnare queste giornate. Abbandonare le aspettative, lasciare l’ansia di dover raggiungere. Qualsiasi cosa sia. Un luogo, un obiettivo, un risultato.

A Kiragawa la via principale è rimasta come un secolo fa: case con spessi strati di stucco bianco e imposte metalliche per resistere alle intemperie, a volte da un’apertura si intravedono i tatami e i paraventi che suddividono le stanze. Per la strada un gruppo di signore – si scambiano battute, ridono, è un Giappone vivo e allegro, così diverso da quello assaggiato nelle megalopoli, dove le persone sembravano troppo di fretta e chiuse in se stesse per dare retta a una ragazza sola e che non parlava una parola della loro lingua. Qui invece tutti mi salutano, spesso si fermano a parlare.

Probabilmente si rendono conto che non capisco niente di quello che dicono, ma la cosa non sembra turbarli minimamente.

In cima del promontorio di Capo Muroto, il vento danza con gli asciugamani appesi accanto al temizuya, la fontana per la purificazione. Ascolto il silenzio di fine giornata e il rumore del mare, senza fretta. Dormo in un albergo vecchiotto e nemmeno tenuto in maniera impeccabile, ma dove la proprietaria è gentile e sorridente, mi servono una cena ricca e gustosa e il mattino seguente posso uscire a vedere un’alba vermiglia semplicemente attraversando la strada.

Piccole cose, che aiutano a ricordare l’essenziale.

Nel suo “Cerchi infiniti. Viaggio in Giappone“, Cees Nooteboom racchiude perfettamente questa sensazione dicendo:

“Chi dorme così in basso, vicino a terra, di mattina deve ricostruire il mondo dalla base, questo è il vantaggio.”

Ogni mattino riordino il futon su cui ho dormito, sistemo ogni cosa dentro lo zaino, e sono pronta a ripartire da zero.

Così incontro Kimiko, che non mi lascia proseguire finché non ho accettato in dono un dissetante pomelo. Sataku, che sta lavorando nei campi e mentre bevo una tazza di te mi infila nella tasca della casacca una manciata di cioccolatini.

E naturalmente Misono, che apre la sua casa come rifugio per i pellegrini Henro forse non sa nemmeno lei da quanti anni.

Mi passa uno alla volta una serie di quaderni in cui gli ospiti hanno scritto le stesse parole che ho usato anche io: è bello, dopo tanti giorni in cammino, sentirsi a casa. Le stanze sono un’accozzaglia di oggetti ammonticchiati l’uno sull’altro, i piattini della cena si accumulano disordinati invece che in file precise su un vassoio scuro. Si siede a cenare con me e l’ospite giapponese che cerca volenterosamente di fare conversazione da quando sono arrivata, pur avendo una padronanza della lingua inglese poco superiore alla mia del giapponese. Non so cosa abbia Misono che crea questo calore che tutti percepiscono, se non la generosità spontanea che mette in ogni gesto, in ogni sguardo.

Si incontrano tante persone così, quando si cammina. Non che non ce ne siano, da altre parti.

Ma quando sei così lento è più facile vederle.

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