Mi addormento di sera e mi risveglio col sole

La prima parte del Cammino degli 88 Templi, quello che attraversa la prefettura di Tokushima, viene definito la fase del risveglio.

Non so esattamente quale sia il significato per chi questo circuito lo fa seguendone il senso religioso, ma so cosa significa per me. Il cammino è sempre un risveglio: dal torpore di un corpo accessorio, dai sensi che hanno imparato ad attenuare l’intensità degli stimoli esterni per non venirne travolti. Inizi con un  po’ di rodaggio, e poi sei pronto a vedere dove sanno portarti le gambe.

Affronto i primi due giorni andando allo sbaraglio, uscendo al mattino con in testa un piano molto vago e con l’unica certezza di dove dormirò la sera.  Aspetto pazientemente autobus di cui non sono certa di aver capito la destinazione, osservo più gli altri passeggeri che la fermata successiva. Sono qui per camminare, ma non solo. Se fosse solo quello forse avrebbe ragione chi chiede, velatamente o in maniera più diretta, cosa sono venuta a cercare che non potevo avere senza attraversare mezzo mondo.

Sia come sia, anche questo percorso inizia come gli altri, con quel brivido che sento mentre scendo dall’ultimo mezzo di trasporto, quello che mi ha condotto fino alla linea di partenza da cui mi metterò finalmente in marcia. E con il segno che accompagnerà miei prossimi passi, il pellegrino rosso che mi fa sorridere per come assomiglia a quello francigeno, non fosse per il cappello a pagoda che corona la sua silhouette.

Che poi io parta dal tempio numero 13, invece che dall’uno, è un’altra storia, il cui perché sarebbe complicato da spiegare oggi.

Lo accetto come un appunto per ricordare che non tutto deve sempre essere al suo posto, che poi chi l’ha deciso che il suo posto fosse proprio quello? Laura Imai Messina nel suo libro “Wa. La via giapponese all’armonia” (grazie Monica!), descrive perfettamente questa sensazione nella parola みちくさ [michikusa] ovvero vagabondare, passeggiare senza meta. Una parola composta da quelle per via ed erba

“come i germogli al bordo della strada […] fermarsi a perdere tempo e guadagnare esperienze inaspettate. […] La meta è sopravvalutata. È la conclusione di un’avventura, non ha più nulla da dire.”

Osservare, senza pensare di avere già la risposta. Vale anche quando incontro un gruppo di pellegrini, appena varcato il torii del primo tempio: in file ordinate, bardati da capo a piedi con la divisa del perfetto ohenro-san, recitano in coro la sutra del cuore. I loro movimenti sono calibrati, sembrano caricati all’unisono in un flusso preciso che si sposta attraverso le diverse aree del tempio: la purificazione, l’incenso, l’offerta e il canto.

Ci sono due tipi di pellegrini, a Shikoku. Quelli che camminano, e quelli che si spostano con altri mezzi, spesso in gruppi organizzati.

Non migliori o peggiori. Diversi.

Mi sembrano gente pratica, i giapponesi. Trovano una soluzione anche se non è esteticamente bella, o spiritualmente elevata. Sarà per questo che, per quanto tecnologicamente all’avanguardia, le loro automobili sono inguardabili.

Per loro il pellegrinaggio mantiene la stessa valenza anche se la maggior parte della gente non ha voglia, o tempo, o forza per farselo a piedi.

In compenso chi cammina è guardato con ammirazione, quasi con reverenza. È ancora frequente l’usanza del osettai, un dono fatto al pellegrino dalla gente del posto, per incoraggiarlo nella sua impresa e per portare fortuna alla famiglia di chi offre questo piccolo segno. Tutto può essere osettai: un arancia o un bicchiere d’acqua, un minuscolo origami o l’offerta di custodire lo zaino mentre ti inerpichi verso il prossimo tempio.

Perché, naturalmente, i templi svettano dalle cime, ogni volta che è possibile.

Per rendere il tutto ancora più rassicurante, la tradizione definisce le salite più impegnative くろがし [korogashi] che, a quanto pare, letteralmente significa “dove il pellegrino cade”.

Visti i miei pregressi, non sono proprio tranquilla.

Ci si mettono pure tutti quelli che interpello (e anche quelli che mi guardo bene dall’interpellare) che sono concordi nel ritenere impraticabile il mio progetto per il quarto giorno: due templi korogashi uno di fila all’altro, e un ulteriore passo da superare per arrivare fino al Byodoji, il tempio numero 22. In totale, 30 km e un migliaio abbondante di metri di dislivello. Altri consulti, sguardi che accompagnano affermazioni che non capisco, borbottii che credo di distinguere come dissenso troppo educato per essere espresso in modo esplicito.

In questi casi ちょって [ciotto], ovvero aspetta, è la formula magica.

Quella a cui, segretamente, sperano segua la mia resa. Ovviamente, aspettano invano. Così alla fine cedono, e mi prenotano un posto nel paesino dove intendo arrivare. Ma quando mi salutano il mattino seguente stanno scuotendo ancora la testa. Saltano nel minivan di papa-san, che li accompagnerà dove li ha recuperati la sera prima, una dozzina di chilometri più avanti. In pratica, hanno un paio d’ore di vantaggio.

Prima di mezzogiorno li ho raggiunti tutti.

Mi guardano sgranando gli occhi, ma io sono solo leggera come il mio zaino e i miei pensieri.

Mi rimetto in marcia sorridendo nonostante la pioggia.

2 risposte a “Mi addormento di sera e mi risveglio col sole”

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