#seguilatuabussola – Mente e corpo verso Est

Camminare tra mente e corpo - Giappone_Tokyo, Hibiya-koen

Ci sono cose che pensi di aver studiato a scuola, ma che nella vita reale non c’entrano molto con la teoria dei libri di testo. E stavolta non parlo della fisica, con quelle eleganti equazioni perfette solo in un mondo ideale. Penso alle parole, quelle a cui diamo corpo una sillaba alla volta, che mettiamo (o mettevamo? Chissà se si fa ancora) in fila su fogli protocollo piegati a metà per il lungo. Per poi magari scoprire all’improvviso che anche loro non hanno lo stesso senso che trovi scritto sul dizionario.

Non per tutti, almeno.

A volte ce ne accorgiamo leggendo, quando una frase ci lascia sospesi, quasi a guardarci attorno per verificare se abbiamo capito bene.

“L’atto di camminare, perfettamente sensibile e sensuale, provoca uno spaesamento delle routine sensoriali, implica la certezza di sorprendersi costantemente e di rinnovare nel significato e nei valori i propri punti di riferimento lungo la strada”

Rileggo un’altra volta queste righe nel libro Camminare – Elogio dei Sentieri e della Lentezza di David Le Breton, e finalmente mi rendo conto del perché sono così stupita. Collego la parola sensibile a un’idea di debolezza, che contrasta decisamente con i muscoli indolenziti e la fame che ti prende dopo una giornata di cammino; e mi risulta difficile associare sensuale a un paio di scarpe infangate, al sudore e alle braccia bruciate dal sole.

Mi sembrano parole effimere che raccontano della mente, non certo del corpo.

Ma stavolta non ho scuse. Il dizionario non lascia scampo.

Sensìbile – ovvero ciò che si percepisce, si conosce, si apprende attraverso i sensi.

Sensüale – relativo ai sensi, alle sensazioni fisiche, e al piacere che da esse deriva.

È da parecchio che rifletto sulla scissione tra mente e corpo. La vedo in me, ma so di non essere la sola a provarla. Stare seduta davanti allo schermo di un computer, muovermi per la città trasportata lungo i binari del tram o della metropolitana, leggere sul divano a fine giornata. Il corpo sembra essere quasi un accessorio, un involucro funzionale a quello che dice la testa.

Io l’ho trattato così per un sacco di tempo. Un utile strumento, che mi ha portato dappertutto e che non si lamenta più di tanto. Non sono stata granché generosa, con lui. Non lo sono così tanto nemmeno adesso.

Per fortuna lui era lì, paziente, ad aspettare il suo turno. Forse sapeva che sarebbe arrivato.

Per essere corpo devo smettere di essere mente. 

Me ne accorgo quando corro all’alba, in quel senso di benessere che arriva quando la logica dei pensieri si dissolve, trasformata dal ritmo costante dei piedi sull’asfalto. Le corse migliori sono quelle da cui torno senza soluzioni o idee o risposte. Quelle magari arrivano dopo, ma mentre corro sono solo muscoli e pelle e strade che scivolano sotto i miei piedi.

“Camminare è un’apertura al mondo che invita all’umiltà e a cogliere avidamente l’istante. Ristabilisce la dimensione fisica del rapporto con l’ambiente circostante e richiama l’individuo al sentimento della sua esistenza”. (ibid)

Letteralmente, il corpo è materia che occupa uno spazio. Forse per questo il mio l’ho trovato quando ho iniziato a metterla in movimento, questa materia, quando ho iniziato a cercare il mio posto all’interno di un sistema più grande. Camminando lungo un sentiero, intorno solo il silenzio e la bellezza, sulle spalle uno zaino che mi àncora a terra ma allo stesso tempo mi rende libera di andare ovunque, compagno e custode dell’essenziale che mi serve.

Nella cultura occidentale la frattura tra corpo e spirito ha radici antiche, l’uno svalutato e destinato a corrompersi, l’altro perfetto nella sua immaterialità.

E il mondo di oggi ne sembra lo specchio perfetto, teso sempre più a mitigare gli estremi sensoriali, protetti o prigionieri in luoghi sempre meno sensibili, sempre meno sensuali.

Io invece ho voglia di sole e vento e terra sotto i piedi.

All’avvicinarsi della primavera, il mio corpo chiede di rimettersi in movimento, e io mi preparo a partire. La direzione di #seguilatuabussola mi porta verso Est, verso il nuovo giorno e gli inizi.

Est, la direzione della scoperta

La prima volta che ho visto il Giappone l’ho incontrato nel suo volto più noto, nelle strade e insegne luminose di Tokyo, nella Passeggiata del Filosofo e nelle famiglie in kimono a Kyoto. Ho osservato la folla che si incrociava a Shibuya e il silenzio coperto di muschio dei templi di Nikko.

Sono curiosa di tornare in questo posto altro, e tornarci a a camminare.

“Camminare libera dagli obblighi dell’identità […] a volte induce a disfarsi del fardello di essere se stessi […]. Il camminatore può far cadere le sue eventuali maschere, perché sui sentieri nessuno si aspetta che interpreti un personaggio. È anonimo, è uno sconosciuto.” (ibid) 

Non mi faccio tante domande. O me le faccio, ma tanto non ho le risposte e quindi alla fine decido che non serve poi a tanto. Vado con una manciata di parole che dubito riuscirò a pronunciare, o a capire. Con una piccola guida che spero mi aiuti a distinguere i sentieri.

Forse incosciente, o forse no. Con la fiducia che quando si cammina non si è mai del tutto soli.

“Camminare significa avere i piedi per terra, nel senso fisico e morale del termine, cioè essere direttamente a contatto con la propria esistenza.” (ibid.)

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