Alla ricerca del tempo perduto (ovvero, dove trovare la tua 25esima ora)

Prendersi cura del tempo - Arequipa Monastero di Santa Catalina

Ci sono giornate che nascono storte. Guardi l’agenda che ti racconta senza esitazioni la lista delle cose da fare. Mentre tu hai solo voglia di perdere tempo.

Di solito quando mi capita inizio a guardarmi intorno e decido che devo fare ordine, pena l’impossibilità di combinare qualsiasi cosa di produttivo. Mai che capiti in un tranquillo sabato pomeriggio, questa frenesia. Di solito è un martedì mattina qualunque, quando invece avrei altro di più urgente a cui pensare. Ma non c’è verso di fare altrimenti: è come se il disordine dello spazio diventasse disordine della mente. Così lascio che il computer aspetti, e metto mano ai libri.

La disposizione dei volumi nelle librerie casalinghe racconta molte cose. Lo trovo uno studio affascinante, come quello dei carrelli del supermercato – a cui non posso fare a meno di dedicarmi quando sono in attesa alla cassa, immaginandomi la vita di chi mi precede in coda.

C’è chi applica ai propri libri un rigoroso ordine alfabetico per autore e chi preferisce un criterio estetico, scegliendo abbinamenti per forma e colore; chi distingue per casa editrice e chi infila semplicemente il libro dove trova posto.

Nella casa minuscola in cui vivo ho libri dappertutto, e se entrasse uno sconosciuto solo osservandoli potrebbe farsi un’idea abbastanza precisa di come sono arrivata fin qui, dove voglio andare, e perché.

Libri che parlano di scrittura e di cammini, i romanzi da cui non mi so staccare (gli altri li presto senza mai chiederli indietro) e qualche poesia, la mia collezione di Peanuts e lo spazio dedicato ai viaggi. Guide, taccuini, qualche foto da una vita precedente, buste in cui ho raccolto frammenti di ricordi. 

Libri che raccontano i miei sogni, le mie passioni.

Il mio tempo.

Ho sempre voluto fare un sacco di cose, e forse per questo quando mi sveglio alla mattina senza la consueta dose di entusiasmo inizio subito a prendermela con me stessa.

Ma a cosa serve il senso di colpa, se non a finire con l’essere ancora meno produttivi?

Meglio individuare strategie per prendersi cura del proprio tempo, così da sfruttarlo al meglio e avere poi a disposizione una 25esima ora tutta per sé.

  • Inizia a potare – 

Quante cose scegliamo e quante ne facciamo senza nemmeno chiederci il perché? Siamo sovraccarichi o abbiamo detto troppi sì per la paura di deludere? In questo caso, la parola d’ordine (come suggerito da Manuela al termine del suo percorso – grazie!) è una sola. Potare. Avere il coraggio di scegliere, tagliare, mettere da parte. Per investire su quello che davvero ci porta nella nostra direzione.

  • Una (cosa) al giorno –

A volte non sappiamo da dove iniziare, sopraffatti da quella che ci sembra una serie infinita di attività. Ma sappiamo distinguere le cose urgenti da quelle che non lo sono? Se seguiamo molti progetti ogni giorno dovrebbe avere un tema principale, e al massimo tre azioni necessarie da portare a termine. È un modo semplice per avere ben chiaro come investire le nostre energie. Con il piacevole effetto collaterale della soddisfazione di vedere a fine giornata che abbiamo completato quello che volevamo, e siamo stati più produttivi che se avessimo avuto la pretesa di fare dieci cose diverse (lasciandole tutte e dieci in sospeso).

  • Vai al lavoro –

Non sarà necessario riordinare la libreria di martedì, ma l’ambiente ha un peso molto più forte di quanto crediamo sulla nostra concentrazione. Per me è stata una rivelazione quanta energia disperdessi solo perché avevo una scrivania disorganizzata (in questo caso il grazie va agli spunti di organizzazione di Elena Dossi e al suo metodo del bersaglio). Voglio tutto sotto mano, l’agenda in un angolo per tenerla sott’occhio, le distrazioni (quindi primo fra tutti il telefono) fuori dalla vista per limitare il rischio di interrompermi da quello che sto facendo.

  • Abbasso gli automatismi

Appunto, i gesti a cui non facciamo più caso. Scaricare la posta, dare un’occhiata ai social media. Ci sono app che misurano quanto tempo passiamo attaccati al telefono senza nemmeno rendercene conto. Non le ho mai usate, ma ho una mezza idea che questo tempo sia molto più di quanto vorrei. Cerco di tenere il cellulare fuori dalla vista, se posso stacco il wifi quando non ne ho bisogno. Provo a darmi dei tempi chiari, per poi regalarmi una pausa – invece di trascinarmi insoddisfatta e frustrata.

  • Una boccata d’aria

Non so se sia una questione fisiologica di mancanza di ossigeno, ma vedo chiaramente la differenza tra quando la mattina vado a correre e quando passo direttamente alla tastiera, tra quando sono in giro e quando resto tutto il giorno in casa. Se la lucidità mi sta abbandonando, esco anche solo per un giro dell’isolato. E poi ritento.

La verità è che anche così, non sempre funziona.

Ci sono giornate in cui siamo annoiati e fuori fase. Secondo la ricercatrice Lisa Feldman Barrett, a volte pensiamo di essere tristi interpretando come emozione quella che è semplicemente una sensazione fisica. Magari abbiamo solo riposato male, magari non siamo in forma. Tutto qui.

In questo caso, inutile intestardirci o sentirci in colpa. Meglio fare quello che possiamo e poi chiudere il computer, staccare, concederci un po’ di riposo extra.

Dovremmo curare il tempo per prenderci cura di noi stessi, non credi?

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