Non voglio spiegare, voglio capire

Un asinello dietro una grata: è considerato poco intelligente ma se invece fosse solo un diverso modo di capire?

Quando i bambini arrivano a sviluppare un uso autonomo del linguaggio, la prima cosa che vogliono fare è capire quel mondo intorno a loro di cui sanno ben poco.

La chiamano fase dei perché e la mia, a quanto pare, non è ancora finita.

Sono curiosa, cerco di non dare per scontate le cose, anche se ho qualche anno in più ho ancora bisogno di capire. Ho imparato che in una persona del tutto differente puoi scoprire il miglior alleato (altre volte invece continui a non trovare alcun punto di contatto, ma è pur sempre un rischio da correre) e mi godo pienamente la necessità che ho, come consulente, di studiare, approfondire, aggiornarsi.

Passo le mie giornate a comunicare. Scrivo, parlo, preparo presentazioni, vado in aula. Tra domande e risposte, ogni giorno sono circondata di parole. Per lavoro ascolto, ascolto un sacco.

Ma non è detto che questo mi abbia insegnato a capire.

Ascoltare non è un esercizio automatico. Impariamo a parlare e scrivere, ma nessuno ci insegna ad ascoltare. Ad ascoltare veramente.

È affascinante vedere cosa succede quando si crea un momento di silenzio. Da un po’ provo a farci caso. Quando sono concentrata, le mie frasi hanno una cadenza che appare frammentata, in cui lascio che lo spazio possa allargarsi tra una parola e l’altra. Di solito va a finire che quello che voleva essere un flusso completo viene interrotto dal mio interlocutore, che si sente in diritto, o dovere, di non lasciare troppo spazio a quel silenzio di cui siamo quasi diventati sospettosi.

«Se fossimo trasportati un secolo addietro attraverso la macchina del tempo di “Ritorno al futuro” saremmo probabilmente assordati dal silenzio». (Il secolo del rumore,  Stefano Pivato)

L’invenzione del rumore come oggi lo intendiamo, in effetti, non è poi così lontana: secondo Pivato, Docente di Storia Contemporanea all’Università di Urbino, in Italia quello che viene definito il paesaggio sonoro cambia da inizio Novecento, con l’introduzione di processi industriali nelle fabbriche e motori nelle strade

Le onde sonore diventano arma politica per trascinare nei comizi o mezzo per raccontare emozioni nelle composizioni musicali, simbolo del progresso o dello scontro. Fino ad arrivare a oggi, dove abbiamo sempre attorno un sottofondo che ci ricorda che non siamo soli. E se questo sottofondo non lo abbiamo lo cerchiamo, lo indossiamo. 

È il Secolo del Rumore, quello dove la sospensione non è contemplata. 

Finché diventa difficile distinguere, in tutto questo rumore, quello a cui vorremmo realmente arrivare. Perché anche ascoltare non è garanzia di capire, di distinguere uno stesso senso comune.

“Ciò che è sonoro va oltre la forma. Non la dissolve, ma piuttosto la allarga; offre un’ampiezza, una densità, una vibrazione o un’ondulazione a cui possiamo solo tentare di avvicinarci”. (Jean-Luc Nancy)

Il suono è tempo e significato . Ci colloca nello spazio, come proviamo se chiudiamo gli occhi e ci orientiamo facendo riferimento solo a ciò che percepiamo mettendoci in ascolto: quante persone abbiamo attorno, quanta distanza ci separa dagli oggetti. Ci colloca nel tempo, perché lo attraversa e lo rende concreto nel suo fluire, dal passato verso il futuro.

Si parla spesso di ascolto attivo, di attendere il proprio turno per parlare, di non interrompere, di non giudicare. Ma dobbiamo andare oltre, se vogliamo davvero capire.

Tante volte sono rimasta delusa da quelle che mi sembravano promesse non mantenute, dichiarazioni eccessive che alla fine portavano a poco. “Faremo! Andremo! Ma certo!Ci ho messo parecchio tempo, a imparare.

Non era disinteresse o poca sincerità.

Ciascuno nelle parole mette un peso diverso, e non è semplice anche solo immaginare la differenza di senso con cui possono essere ricevute dall’altra parte.

In pratica giochiamo costantemente al telefono senza fili, e nemmeno lo sappiamo.

Dobbiamo essere ancora più curiosi, se vogliamo veramente capire. Dedicare tempo a chiedere il perché di una scelta, di una frase. Senza giudicare, al contrario imparando ad accogliere l’individualità di chi ci sta di fronte e provando ad avvicinarci al suo modo di esprimere la propria visione del mondo.

Non è semplice. Siamo abituati a interpretare e dare un nostro senso alle cose che succedono attorno a noi. È il nostro cervello che è fatto così.

Il cervello non reagisce alla realtà, piuttosto costruisce il modo in cui la percepiamo.

Pensiamo di osservare il mondo, crediamo di capire. Invece quello che pensiamo è solo una di infinite ipotesi che costruiamo attraverso l’interazione di miliardi di cellule cerebrali.

Non: “Cos’è?”, ma: “A cosa assomiglia?”.

È questo il nostro capire.

E allora forse a a volte potrebbe bastare quella sospensione, da lasciare vuota senza l’ansia di riempirla immediatamente di ciò che già conosciamo. Per scoprire qualcosa che nemmeno immaginiamo.

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