#seguilatuabussola – Sud, Malta e comfort zone

Per quanto un viaggio sia breve, tornare a casa comprende una serie di riti. Disfare i bagagli, rimettere ogni cosa al suo posto, sistemare nella libreria le parole che ti hanno accompagnato alla scoperta di un nuovo luogo. A volte sono guide voluminose e piene di informazioni, a volte storie immaginate ma che ti accompagnano a scoprire l’anima di un luogo. Qualche volta sono poche pagine che hai stampato velocemente. Come avevo fatto stavolta, prima di partire per tre giorni a Malta.

Quest’anno mi muoverò verso tutte e quattro le direzioni della bussola, e l’inverno portava a Sud. Non volevo andare lontano, cercavo un luogo raccolto, da poter assaggiare in un weekend. È stata una meta scelta per gioco, o poco più.

Solo dopo ho scoperto che nelle antiche rappresentazioni cartografiche la rosa dei venti veniva posizionata proprio accanto a Malta.

L’isola era il centro di riferimento per indicare i venti, definiti secondo i luoghi di provenienza delle navi che li sfruttavano per attraversare il Mediterraneo. Comprendo per la prima volta il senso di quei nomi che fino a oggi mi parevano incomprensibili: ecco allora da Nord Est il grecale, lo scirocco che conduceva da Sud Est le navi siriane, il libeccio che gonfiava le vele a quella libiche. Infine da Nord Ovest il maestrale che sospingeva le rotte che provenivano da Roma, dalla via principale, o maestra.

Cercare dei punti di riferimento è necessario anche oggi: siamo animali sociali (sì, persino io), creature mosse dal bisogno di costruire – famiglie, comunità, edifici e sogni.

Siamo esploratori, che possono partire purché abbiano un luogo a cui tornare.

Il senso di questo anno alla ricerca della propria bussola, parte dalle connotazioni che diamo alla parola Sud: direzione che associamo al calore dell’ambiente e delle persone, all’energia e alla passione, alla capacità di vivere la vita con un pizzico di leggerezza in più.

Sud per me significa comfort zone, intesa per una volta nel suo senso più positivo.

Parché oggi la comfort zone è additata come se fosse la causa del nostro immobilismo, ma non è proprio così. Se viviamo nel pregiudizio dello status quo, prendendo la situazione in cui siamo come unico punto di riferimento e guardando ogni altra opzione come una potenziale perdita (magari anche solo di sicurezza e continuità), certamente possiamo restare fermi in attesa di chissà cosa.

Ma solo noi possiamo capire se la comfort zone a cui ci aggrappiamo è qualcosa che ci nutre o ci impedisce di crescere.

Malta è stato un piccolo uscire dalla comfort zone, sia per me che per la mia compagna di viaggio. Lei che si muove sicura nel perimetro che si è scelta, ma di solito si fa trattenere da mille dubbi al pensiero di uscirne, ha buttato due cose in valigia ed è partita senza domande. Io che viaggio seguendo solo i miei ritmi, questa volta dovevo ricordare che non ero sola, anzi ero con qualcuno che si affidava completamente a me.

Le pagine che ci accompagnavano erano una rappresentazione parziale e incompleta della realtà, come ogni mappa erano piene di dettagli superflui e prive invece di altri che sarebbero stati essenziali. Partire con troppe convinzioni in testa ti fa sentire sicuro ma limita lo sguardo, io avevo voglia di vivere questa prima direzione senza vincoli e senza aspettative, se non quella della scoperta.

Perché ogni paesaggio è fatto di impressioni, e bisogna lasciar spazio a sufficienza perché i ricordi possano tornare a casa con noi.

Se ci limitassimo alle caratteristiche fisiche – alle spiagge battute dal vento e alle colline brulle, alla superficie del mare che riluce e alle vie strette e tortuose di cittadine chiuse da mura potenti – di Malta come di ogni luogo ci resterebbe ben poco. Frammenti che si scoloriscono rapidamente, simili a chissà quante immagini di altri posti, di altre vacanze.

Vivere un luogo è guardarsi attorno, cogliere quello che ci evoca, osservare tracce della vita di chi lo ha attraversato e lo attraversa. 

A Malta abbiamo intravisto le impronte della storia di questo scoglio al centro della bussola, punto di passaggio di ogni popolo che solcava il mare allora conosciuto: una storia immaginata nelle fattezze dei suoi abitanti, nei colori delle sue pietre, nelle inflessioni delle sue lingue. L’inglese che l’ha colonizzata per ultimo e che ha lasciato rifugi di guerra e la guida a sinistra, l’impronta siciliana nei sapori dei suoi dolci e in scritte che fanno indovinare la lingua smozzicata degli emigranti, la traccia lontana dei navigatori fenici che si immagina in un’atmosfera dai tocchi mediorientali e nei suoni del malti, una miscellanea unica di dialetto arabo e delle lingue romanze portate dai Cavalieri di Malta che fondarono La Valletta e le sue mura possenti a protezione degli Ottomani.

Yi-Fu Tuan, geografo sino-americano tra gli iniziatori degli studi di geografia umana, nel suo libro Space and Place: The Perspective of Experience spiega che le persone guardano indietro con lo scopo prevalente di dare un senso alla propria identità.

Ecco il senso di costruire una nostra mappa personale: vedere la strada fatta e riconoscere il cambiamento di un luogo e, di riflesso, anche di noi stessi.

È questa la comfort zone che voglio cercare: l’equilibrio tra i luoghi che conosciamo e a cui ci sentiamo legati, opposti allo spazio che si apre ancora ignoto e chiama al movimento.

L’attaccamento per l’intrinseca sicurezza dei primi, il desiderio di libertà dei secondi.

Se vuoi iniziare anche tu il tuo viaggio attraverso i quattro punti cardinali, puoi iscriverti qui al percorso gratuito #seguilatuabussola: per cinque settimane ti invio un’email per raccontarti il progetto e poi, una volta al mese, ne parlo qui sul blog. Ti aspetto!

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