Storie del Buongiorno per Bambine che realizzano i loro Sogni – Francesca va a correre nel deserto

Francesca Valassi Correre nel deserto

Suona male se confesso che la prima cosa che ho pensato è che dovevo esserci io, al suo posto? Probabilmente sì, ma quando ho saputo che Francesca era stata scelta per correre nel deserto del Negev con Donna Moderna, non posso negare che la prima reazione sia stata quella.

Ci avevo sperato: mi ero candidata il giorno stesso in cui sono state aperte le iscrizioni, e poi mi ero messa ad aspettare. A sognare il deserto. Che è uno di quei paesaggi che non lascia indifferenti: c’è chi lo associa alla privazione, lo immagina come assenza di vita, una distesa piatta e implacabile. Non ho mai visto un deserto di sabbia, forse anche io in quel mare ondulato e disorientante mi sentirei persa. Ma dal Mojave al nord del Cile, ogni landa in cui il mio sguardo ha potuto spaziare tra cactus e sassi e magri cespugli che si aggrappavano testardi alla propria idea di sopravvivenza mi ha dato un senso di libertà come pochi altri luoghi al mondo.

Resta il fatto che non mi hanno scelto, e invece hanno scelto lei.

Francesca l’ho incontrata un paio di anni fa ma fino a ora ci eravamo viste solo una manciata di volte. Che non sarei andata a correre nel deserto l’ho scoperto incrociando per caso una sua foto, alle prese con il primo shooting fotografico con le quattro ragazze che sarebbero partite con lei.

Non la ammettiamo spesso, l’invidia.

Preferiamo chiudere gli occhi e fare un sorriso tirato, perché ci hanno insegnato che essere invidiosi è da persone meschine. Io volevo capirci qualcosa di più, smettere di pensare che dovevo vergognarmi di essere invidiosa e chiedermi invece perché provavo invidia. Sembra solo una sottigliezza linguistica, ma fa tutta la differenza del mondo: se si avvita su se stessa l’invidia diventa il mostro verde che ci occupa lo stomaco e ci fa sentire brutti e cattivi. Ma se lo guardiamo in faccia, come molti mostri può dimostrarsi meno temibile di come lo immaginavamo, e anzi assumere una valenza diametralmente opposta. L’invidia ci mostra le nostre paure, i limiti che nascondiamo a noi stessi e che invece dovremmo affrontare. È un messaggero che ci mostra cosa vorremmo realizzare, dove vorremmo andare.

Così invece di lamentarmi di non avere avuto la possibilità di andare a correre nel deserto, sono andata a farmelo raccontare da Francesca.

Non mi bastavano i video e le foto che mostravano la bellezza dei luoghi, la fatica e la soddisfazione di superare i propri limiti tappa dopo tappa. Ero curiosa di sapere cosa le passava per la testa, con sotto i piedi una pista di roccia e sopra la testa il sole che ti batte addosso, in solitudine ma tenuta sott’occhio dall’organizzazione schierata sulle jeep, parte di un gruppo ma alla fine sempre facendo i conti solo con se stessa, le sue gambe, la sua testa, per arrivare fino alla fine.

Francesca come me corre; ma lei va anche in bici, nuota e ne sa di vini: sopra al tavolo in cucina fa bella mostra una lavagna di quelle da enoteca, che elenca ordinatamente le bottiglie tra cui potremo scegliere cosa assaggiare per accompagnare la cena. Ha un lavoro normale, che com’è normale un po’ le piace e un po’ no. Si interroga su tante cose, guarda sempre i due lati della medaglia: il lavoro sicuro e la voglia di fare qualcosa in cui ci si riconosce pienamente, la grande città e quella in cui è nata.

Forse è la prima volta che parliamo davvero, e mi regala, un tassello alla volta, tante sfaccettature di sé.

Milano che è l’opportunità di continui stimoli, di coltivare interessi e passioni, di provare e conoscere – le persone attorno, e di riflesso noi stessi. Le colline dell’Oltrepo Pavese, il legame profondo con le sue radici, il bisogno di tornare là dove sente casa, famiglia.

Mi racconta della madre tornata a lavorare “da grande” per il puro amore per la sua professione: da qualche anno ha ripreso a fare la tata, di quelle che si prendono cura dei figli ma forse ancor più dei genitori. E mi parla del padre, una vita a svegliarsi all’alba come commerciante di alimentari nei mercati, che una volta in pensione ha riaperto il cassetto di quel sogno che lo legava al suo pianoforte; e ci si lascia andare senza troppi pensieri, coltivando con gioia e trasporto la propria passione, in infinite ore a suonare, comporre, ancora suonare.

Pur nella nostra differenza scopriamo poco alla volta puntini che ci uniscono, esperienze in parallelo che ci fanno riconoscere certe abitudini, certi pensieri.

Francesca mi racconta di Israele, della pace scrutando l’orizzonte mentre su una roccia un ragazzo suona la chitarra e del rumore nella calca di un sabato a Gerusalemme, della generosa semplicità del deserto e delle luci di Tel Aviv, del viaggio visto attraverso le lenti del racconto e quello vissuto mentre nessuno ti guarda.

Guardo la sua foto mentre corre. Lo sguardo concentrato, la fatica mescolata al sorriso. 

Deserto, continuo a sognarti. Prima o poi arrivo anche io.

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