Fare oppure essere?

Via degli Dei verso Fiesole e Firenze

Da quando sono tornata a Milano dopo il mio trimestre zaino in spalla, mi sposto con i mezzi pubblici, o a piedi. Se non sono di fretta, mi piace affidarmi al solo senso dell’orientamento (che a volte prende sonore cantonate, il che però fa parte dei rischi del mestiere) senza vincolarmi a un percorso preciso, seguendo quello che attira la mia attenzione: la facciata di un palazzo storico, l’ombra di un viale secondario, un terrazzo traboccante di verde che si intuisce lassù in cima. Altre volte, invece, mi rendo conto di essere contagiata dalla cattiva abitudine di vivere guardando lo schermo del cellulare, invece che il mondo attorno a me.

L’espressione inglese rende molto bene il paradosso: siamo sempre meno “human beings” (esseri umani) e sempre più “human doings” (“fare” umani).

Sembra che la nostra vita non sia più l’espressione di chi siamo, ma di cosa facciamo. Cosa otteniamo, cosa offriamo, cosa guadagniamo, cosa realizziamo.

L’argomento è sempre più spesso oggetto di studi multidisciplinari, che integrano i punti di vista di sociologi e medici, filosofi ed esperti del cambiamento digitale. Ma non è necessario essere uno scienziato per vedere che sta succedendo qualcosa.

Basta, appunto, alzare la testa e guardarsi intorno.

È una questione di tecnologia, ma non solo. La tecnologia è solo l’espressione più evidente, e probabilmente lo strumento più potente, di questa accelerazione che investe ogni aspetto della società in cui viviamo, dall’evoluzione delle dinamiche di interazione fino al ritmo di lavoro e vita personale.

Mi fa un po’ impressione, sono sincera. E ancora di più me ne ha fatta osservare quanto io per prima me ne fossi lasciata assorbire senza rendermene del tutto conto. È facile scivolare dentro questi comportamenti senza consapevolezza, perdendo la possibilità di scegliere chi vogliamo essere (o fare).

Forse sono sempre stata più “human doing” che“human being. In fondo è più semplice misurarsi con un parametro oggettivo come quello di “ciò che hai fatto”.

Essere richiede un impegno di profondità molto più complesso, richiede prima di tutto di comprendere noi stessi e riconoscerci come “io”, senza il bisogno di avere una prova concreta da mostrare al mondo perché ci possa dire “bravo!”.

Essere è il presupposto per un ulteriore bisogno fondamentale, quello di costruire una connessione con l’altro.

La sensazione di non appartenenza è  sofferenza per l’essere umano. Un tempo questa disconnessione era legata al sentirsi esclusi da un gruppo o respinti da una persona, oggi sembra identificarsi con il non avere a disposizione la tecnologia a cui ci aggrappiamo sempre di più.

Si tratta di scegliere.

Di guardare il tramonto invece che pubblicarne una foto perché tutti sappiano che lo stiamo guardando, di chiacchierare con la persona di fronte a noi invece che con quelle dentro al nostro telefono.

Scegliere di usare lo strumento invece di essere uno strumento.

Il tema è individuale, ma non solo. Ho sempre pensato che la tecnologia fosse un mezzo a nostra disposizione, per poter determinare come e quando essere reperibili, ma pare essere diventato sempre più l’opposto: la tecnologia diventa un’autorizzazione a pretendere reperibilità costante, e sembra quasi che sia necessario giustificarsi se non si risponde immediatamente a qualsiasi stimolo.

Strumenti che dovrebbero costruire legami diventano unsocial media, canali asociali che ci fanno sentire soli, o performance media che ci fanno sentire inadeguati.

Cerchiamo connessione, ma siamo sempre meno capace di costruirla. Ci distraiamo da quello che ci accade attorno per non perdere quello che succede sullo schermo, come se in questo modo potessimo superare le limitazioni dello spazio e del tempo. Alimentiamo l’illusione di poter essere ovunque, di allargare il presente, di restare in contatto con persone di cui non ricordiamo la voce. Barattiamo una chiacchierata con uno scambio di parole e emoticons, ci convinciamo di parlare con un amico senza renderci conto che il messaggio vocale è quasi sempre un monologo autoreferenziale.

Fare è semplice. Fare è controllo.

Modelliamo sul fare l’immagine che mostriamo al mondo perché in questo modo ci convinciamo di poterci proteggere dal rischio di esporci troppo.

Fare è agire per paura.

Essere viene spesso male interpretato.

Se fare è attivo, allora per opposizione essere viene considerato passivo. Niente di più sbagliato. Essere è capire il motivo che ci muove, e partire da lì. Essere è avere chiarissimo dove vogliamo arrivare, ma avere anche il coraggio di non raccontare a noi stessi che possiamo controllare anche quello su cui in realtà non abbiamo alcun potere. Essere è consapevolezza dell’incertezza che caratterizza la nostra esistenza, decidere di entrarci ugualmente, e gestire quello che succede.

Essere è stare qui, nel momento, scegliere e agire.

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