Questione di prospettiva

Dentro e Fuori - Tutta questione di Prospettiva

Una mattina ricevo il messaggio di un’amica: “Posso chiederti un parere?”. Vorrebbe candidarsi ad alcune opportunità lavorative, ma si sente bloccata. Se penso a lei vedo una persona con un percorso professionale solido, con competenze specifiche e ben dimostrate dal suo curriculum, una che addirittura ad un certo punto ha deciso di investire su se stessa e si è rimessa a studiare.

Lei, invece, sono settimane che si chiede persino se abbia senso provare a proporsi. Per dire della differenza che ci può essere tra “dentro” e “fuori”, tra quello che vediamo di noi stessi e l’immagine che trasmettiamo.

Raccontami una storia

Si dice che, quando leggiamo un libro, non stiamo semplicemente leggendo ciò che abbiamo sotto gli occhi. In ogni storia cerchiamo noi stessi, e lo stesso avviene con le parole che ci vengono dette, con le situazioni che affrontiamo quotidianamente. Abbiamo bisogno di dare una spiegazione, di trovare il nostro senso.

Ci chiediamo mai quanta è la distanza tra ciò che ci viene detto e come lo interpretiamo?

Un paio di settimane fa ho incontrato un’ex collega che non vedevo da prima della partenza per il mio sabbatico. Lei mi ha abbracciato chiedendomi “Come va il lavoro? Sei tranquilla?” e io, istintivamente, ho archiviato il gesto di attenzione contenuto nelle sue parole per andare a cercare una nota di dubbio, quasi di scetticismo che la vita da freelance potesse davvero rendere sereni, realizzati, felici.

Ho associato alla sua domanda una connotazione che forse non era nemmeno lontanamente nelle sue intenzioni.

Ho immaginato che si riferisse all’instabilità, anche e soprattutto economica, che si considera parte integrante della libera professione. Ma la sovrapposizione tra risultato e valore individuale stava nella sua testa oppure nella mia? 

È il filtro delle nostre aspettative, che attiviamo senza nemmeno rendercene conto per decodificare qualsiasi messaggio.

Come esseri umani viviamo di storie, e del bisogno di attribuire un senso che va spesso ben al di là del significato letterale delle parole che sentiamo. Lo facciamo da millenni, dalle leggende orali diventate poemi e miti, lo moltiplichiamo oggi attraverso l’esposizione incrementale che la rete ci permette di creare e, di rimando, ci obbliga a gestire.

Dentro sono all’altezza del mio fuori?

La riflessione di Annie Colbert mi ha folgorato. Il pezzo era ironico ma anche dannatamente serio, mi ha fatto sorridere ma anche pensare. Ci confrontiamo costantemente con il mondo esterno, senza renderci conto – appunto – che mescoliamo costantemente il “fuori” degli altri con il nostro “dentro”.

È evidente che non si tratta di un confronto equo. Ti vesti allo stesso modo se hai un appuntamento importante o se devi stare in casa a fare le pulizie? Ecco, paragonare dentro e fuori è più o meno la stessa cosa.

È come se ciascuno di noi esistesse in due versioni, quella base e senza accessori con cui affrontiamo la vita reale e quella deluxe con cui ci presentiamo in rete.

E non ne faccio tanto una questione di autenticità (qualunque cosa significhi questo termine su cui ultimamente si dibatte molto, e qualunque sia poi l’immagine che proponiamo in rete), ma proprio dei vantaggi che il mio “io online” ha rispetto al mio “io offline”.

  • Il mio “io online” non riceve reazioni ambigue.

Vede quello che piace o non piace, riceve un like o una risata, cattura l’attenzione o passa inosservato, tutto in un rapido movimento sullo schermo del telefono.

  • Il mio “io online” può cliccare modifica

Se si rende conto che la sua battuta non è riuscita bene, se ha formulato male una frase, se ha fatto un errore di battitura. Se è abbastanza veloce può anche tornare sui suoi passi e cancellare del tutto un’uscita sfortunata.

  • Il mio “io offline” invece si tormenta cercando di interpretare

Uno sguardo, un messaggio, una frase. Osserva i tanti “io online” e poi li confronta con il proprio “dentro”, quello che contiene idee e sogni ma anche anche i dubbi, il senso di inadeguatezza, la paura del fallimento che cerchiamo di nascondere dietro le quinte.  

  • Il mio “io offline” guarda il racconto degli altri come se fosse la realtà.

Vede il risultato finale e non si chiede quanto tempo, sforzo e tentativi a vuoto possa aver richiesto un qualsiasi risultato. Non si interroga sul pezzo di vita che sta tra una foto e l’altra, tra un post e il successivo. Lo sa, come funzionano davvero le cose, ma quando è il momento di tirare le somme se ne dimentica. Vede le cose più semplici di quello che sono, e si sente inadeguato.

Li osservo da un po’, questi due. Ho iniziato il blog per il solo piacere di scrivere, condividere il mio sguardo, raccontare i pensieri che mi passavano per la testa. E resta il mio spazio, in cui ero (e sono) quasi stupita del senso di libertà con cui condivido i miei passi

Fuori però c’è tutto un altro mare, in cui anche io navigo a vista, imparando a tenere il timone nella direzione che mi corrisponde.

Cercando il mio equilibrio tra dentro e fuori.

3 risposte a “Questione di prospettiva”

    1. Sì alla fine si è proposta – anzi, una volta sbloccata dai timori ha ripreso in modo mirato tutta l’attività di ricerca e… spero anche io le vada bene, siamo in attesa delle risposte 🙂 grazie!

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