Storie del Buongiorno per Bambine che realizzano i loro Sogni – Sweet Irene

Bergamo è una di quelle città che tendi a sottovalutare. La sfiori in autostrada, di passaggio verso un volo per il weekend, un pomeriggio sul lago, una passeggiata in montagna. Difficilmente ti viene l’idea di fermarti per scoprirla. Eppure è bella anche oggi che piove. Perché superando la serie di negozi uguali a quelli di altre mille città, puoi infilarti in una viuzza laterale e incontrare il mondo di qualcuno che sogna.

In questa giornata umida Sweet Irene è ancora più accogliente. La madia su cui fanno bella mostra le torte attira come una calamita, quasi quasi oggi pranzo con tre portate di dessert.

Sono cresciuta con una madre calabrese che aveva nella cucina il proprio regno. Faceva tutto lei, utilizzando quello che produceva nell’orto. Così a me restava al massimo lo spazio per preparare i dolci, e solo perché lei si annoiava a farli. Ho studiato a Brera, per un po’ ho fatto il grafico. Ma mi sono resa conto ben presto che desideravo realizzare qualcosa di più vero. Ho lasciato il lavoro e ho iniziato prima come commessa e poi ad occuparmi della gestione di una pasticceria.

Un bel cambio, dalle torte preparate dopo la scuola. Ma non era ancora la risposta. Nel 2002 a New York i piccoli locali pieni di atmosfera, di passione, espressione di  giovani che avevano avuto un’idea e la stavano realizzando, le indica cosa vuole davvero fare. Irene e il (futuro) marito tornano, mollano i rispettivi lavori. Decidono di mettersi in proprio, forse con quel po’ di ingenuità che a volte è esattamente quello che ti salva. Dal timore di provarci, di fare il salto anche quando ti sembra di non avere ancora la rete.

Scelgono Bergamo, anche alla ricerca di una nuova vita un po’ bohémienne, parecchio idealista. La loro offerta vegetariana e rigorosamente bio prende il posto di un bar tradizionale, propongono di sostituire la solita bibita gassata con un centrifugato. C’è chi se ne va senza più farsi vedere, chi inizia a tornare tutti i giorni perché qui ha qualcosa che non trova altrove. I clienti bevono il caffè e poco alla volta si abituano a metterci accanto un piccolo dolce. Tornano. Un giorno dopo l’altro, forse più per la coccola che per il caffè.

Cosa non ti aspetti quando inizi un’attività tua? La fatica. Per tre anni praticamente non abbiamo vissuto, eravamo solo noi due a tenere aperto, occuparci degli acquisti, gestire tutta la produzione dolce e salata. E quando alla sera chiudevamo, c’erano i corsi da fare.

Irene si racconta piatta, non vuole proporre una favola edulcorata. Ha seguito un desiderio profondo, ma ti fa vedere tutto quello che una scelta come questa comporta. Perché è importante avere il coraggio di iniziare prima di essere pronti (anche perché pronti come vorremmo sentirci non lo saremo mai). Ma è altrettanto vero che poi non ci si deve fermare. Anche in una caffetteria bisogna lavorare sull’innovazione del prodotto, imparare a trattare nuove materie, dare sempre al cliente un motivo per tornare. Essere sorridenti al banco e veloci dietro le quinte.

Non avevamo tempo per altro, eravamo troppo stanchi anche per vedere le persone care. Genitori e amici non capivano. Non è stato semplice.

La osservo mentre è in cucina. Controlla, assaggia, verifica che i piatti siano piacevoli alla vista quanto saranno armoniosi all’assaggio. “Il segreto è fare tutto con amore” dice la borsa di tela appesa lì a fianco. E il suo sguardo concentrato racconta proprio questo. La dedizione, la forza con cui ha saputo proteggere il sogno quando era ancora fragile. Farlo crescere, un passo alla volta.

Abbiamo preso un paio di ragazze per darci una mano con il servizio. Forse avremmo potuto farcela anche con una sola. Ma avevamo bisogno di tornare ad avere una giornata libera a settimana per vedere una mostra, per incontrare gli amici, per fermarci un attimo.

Per non dimenticare di nutrire se stessi mentre lo facevano per gli altri. Perché in caso contrario, il rischio è quello di trasformare il sogno in un lavoro come un altro. Di quelli che ti risucchiano le energie invece che regalartele.

Così bisogna aprire spazio all’arrivo di altri sogni. Le collaborazioni con piccole realtà imprenditoriali che vogliono coccolare i propri clienti. Le lezioni di cucina vegana. Un libro illustrato di ricette, per giocare con il gusto e la vista. I weekend di primavera fuori dalle mura, per partecipare ad eventi con la stessa idea di condivisione, sostenibilità, cura – come il Factory Market di Alzano, dove si alternano workshop, laboratori per bambini, concerti e buon cibo.

Da metà giugno, la novità sarà un chiosco in città alta, presso l’Orto Botanico del Monastero di Astino. Non lo conosco, vado subito a sbirciare il sito. Scopro un mondo. E capisco perché Irene me ne parla entusiasta.

Non so ancora esattamente quando inizieremo, ci sono tantissime cose da organizzare. Il contesto è splendido, un luogo salvato dal tempo. Potremo proporre i nostri prodotti dolci e salati, ma avremo anche la possibilità di organizzare eventi sia enogastronomici che culturali, per sensibilizzare le persone verso uno stile di vita più sostenibile. Anche attraverso il cibo.

Un’altra avventura che racchiude le loro passioni. Un luogo che “parla al plurale, alla riscoperta della biodiversità, delle sfumature di ciascuna specie vegetale. Un giardino che vuole essere riferimento per una co-creazione sociale, di sviluppo del territorio. Ancora il costante filo conduttore di coltivare e nutrire, di scambio e ricerca.

E quasi insieme a questo nuovo aprirsi è arrivata la più grande delle nuove invenzioni di sé, quella di diventare famiglia. Oggi una parte fondamentale di quel tempo liberato è dedicata a due nuovi occhi, arrivati all’improvviso. Con cui si gioca e si pedala. Irene dice di essere stanca, ma si illumina come non mai.

 

Per saperne di più su Sweet Irene puoi scoprire il menu del giorno sul profilo Instagram e prenotare un tavolo direttamente dal loro sito.

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