Guida minima per il collezionista di parole: Tornare

Finisce un viaggio, si torna a casa. Sono troppo concentrata sulle cose ancora da scoprire per fissarmi su  questo pensiero. Ma fa capolino, mi fa accelerare il passo per non lasciar sfuggire nemmeno un minuto.

Eppure tornare fa parte del pacchetto, a quanto pare. Si parte, si sta bene, si torna a casa.


Sono una persona curiosa. Molte delle cose che mi appassionano – appunto i viaggi, le parole, la fotografia – sono modi di esprimere questo tratto della mia personalità. Di osservare il mondo e le persone, tenendo ben stretta la capacità di continuare a stupirmi.

Così, ultimamente sono rimasta colpita e affascinata dalla reazione di alcune persone a ciò che faccio o racconto. Mi ha reso più che mai evidente quanto può essere forte la differenza del punto di vista individuale. Osservare che quello che a me risulta spontaneo, come prendere uno zaino e viaggiare da sola in un luogo mai visto, ad altri possa sembrare incredibile. Mentre, di rimando, a me sembra una montagna da scalare ciò che per altri fa parte del naturale ordine delle cose.

Come appunto il pensiero di tornare.

Non mi sono mai soffermata più di tanto a rifletterci. Mi dicevo che ognuno è fatto a modo suo, ed evidentemente io sono un’irrequieta che si proietta sempre verso la scoperta successiva. Ma questa parola mi girava in testa. Volevo darle un’occasione. Con un esercizio che mi piace proporre anche ai miei coachee. Prendere il dizionario e cercare un termine da cui ti senti particolarmente atratto. O, come in questo caso, respinto. Una ricerca che sembra quasi un gioco, semplice ma spesso dai risultati sorprendenti.

Trovo una traccia da seguire già nella spiegazione dell’origine del verbo.

tornare – dal latino tornare «lavorare al tornio, far girare sul tornio»

La sensazione che quel movimento in tondo mi provoca è forte, la vedo, la collego istintivamente al criceto che gira sulla ruota senza arrivare da nessuna parte. Andare restando fermi su se stessi, senza progredire.

Provo allora a concentrarmi sull’immagine del tornio, che gira con un risultato ben diverso. Ed ecco un esempio di quella prospettiva differente che cercavo. Tornare come costruire, creare qualcosa con le proprie mani. Inizio a vedere in questo verbo, che ho sempre guardato con sufficienza, la stessa duplice potenzialità del cerchio, un punto che diventa linea, tornando sì su se stesso, apparentemente al punto di partenza e senza evoluzione, ma racchiudendo con questo movimento una superficie di perfetta interezza ed equilibrio.

Proseguo, ed ecco un altro tassello:

T. indietro: rinunciare a un’impresa, abbandonare un proposito, rimangiarsi una promessa, annullare o considerare nullo ciò che è già avvenuto, fare come se niente fosse avvenuto

Già. Una serie di verbi che ho cancellato dal mio dizionario. Rinunciare, abbandonare, fare come se niente fosse. Così se penso a tornare, io mi concentro solo su ciò da cui mi stacco, non su quello a cui mi ricollego. Lo riconosco, sono io. Affamata di tempo, a volte troppo. Raramente vedo una seconda volta un film o rileggo un libro. Non torno sulle questioni chiuse e a volte mal sopporto l’insistenza di chi ripete più volte le cose, fosse anche per puntualizzare qualcosa che riconosco essere importante. Non rimugino troppo sul passato, la mia indole è quella di andare avanti, tenere gli occhi aperti per scoprire, proiettarmi su quello che ancora non c’è.

Nell’ultimo anno sto cercando di concedere a me stessa che non è una colpa non poter fare tutto, che qualcosa si può rimandare o dimenticare, che non esistono solo le opzioni “subito” o “mai più”. Lavoro per imparare il coraggio di scegliere. Di accettare che lasciare andare ciò che non è più funzionale è indispensabile per concentrare le energie su quello che si vuole costruire. E insieme di non dimenticare che anche quello a cui torniamo può essere importante.

E allora accolgo l’ulteriore modo di utilizzare questa parola, a cui in fondo mi sto affezionando.

Tornare a –

Eccola, così è mia. Perché invece che chiamare la rinuncia, invita alla perseveranza. Ad immaginare senza restare troppo con la testa tra le nuvole, ad essere un sognatore che realizza. A conoscere la propria passione, ma soprattutto a metterci fatica e lavoro per continuare a muoversi. Non scoraggiarsi per un no ma tornare ad affrontare i propri dubbi, non fermarsi perché si è inciampati ma tornare a camminare, non bloccarsi perché ci si sente imperfetti ma tornare a provare.

Perché anche se andiamo veloci e senza guardare indietro, è importante saper tornare alle cose che contano.

On the borderline we run
and still we run
we run and don’t look back (…)
Don’t  sorrow, no don’t weep
for tonight at last
I am coming home
(A sort of Homecoming, U2)

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