Dieci cose che (non) ho imparato in dieci giorni in Giappone


Pranzo con un’amica che non vedevo da qualche settimana. Ci corriamo incontro e ci abbracciamo ridendo. Mi dice che la colpisce il mio sguardo, al tempo stesso pieno di pace e spalancato su quello che sta per succedere.

L’ho trovato un complimento magnifico. Che cattura tanto di quello che mi ha regalato l’esperienza del Giappone.

Sfogliando le pagine del mio diario di viaggio, mi sono resa conto che pagina dopo pagina ho collezionato istantanee altalenanti tra ammirazione e perplessità. Sensazioni spesso concentrate addirittura in un unico momento. E ancora più accentuate dal fatto che, pur essendo a migliaia di chilometri da casa, al primo impatto le similitudini del modo di vivere sembravano essere molto più forti delle differenze: gli stessi palazzi e le stesse strade affollate, la stessa fretta e le stesse vetrine di una qualsiasi città occidentale.

Ma, svelandosi poco alla volta, il Giappone mi ha regalato la possibilità di stupirmi, interrogarmi, allenarmi alla modalità che favorisce maggiormente la reale comprensione – la sospensione del giudizio.

Ecco quindi una lista molto incompleta e molto imperfetta delle cose che (non) ho capito in questo viaggio.

Moderno/Tradizionale

Anche in città immense, la tradizione non è alternativa alla modernità. Camminano mano nella mano, come passare dalla vitalità del mercato di Nishiki ad un altare shintoista dove sentirsi per un istante sospesi nel tempo. Dai grattacieli scintillanti nelle loro infinite superfici a specchio alle vie pedonali che nel weekend si affollano di famiglie colorate e sorridenti nei loro kimono, indossato con naturalezza e orgoglio.

Ordine/Caos

Sarà che le auto sono per lo più ibride, sarà che le persone non hanno certo il nostro modo di comunicare colorato e colorito. La sensazione complessiva è quella di un mondo quasi ovattato, silenzioso e preciso. Si avanza verso la meta in fila indiana, che sia per salire sull’autobus o per entrare in un negozio. E poi, ad un tratto sei a Shibuya, travolto dai flussi di pedoni che si incrociano come le correnti nel mare, circondato da insegne che illuminano in un giorno perenne, osservando sopra di te un labirinto di strade da cui sembra impossibile che il traffico possa districarsi.

Formale/Informale

Le scolaresche nella loro divisa. I lavoratori che affollano i treni al mattino. Di giorno, sembra di vivere in un universo in bianco e nero, al massimo in bianco e blu. Ma Tokyo è anche le ragazze vestite da cameriera francese dei Meido Café di Akihabara, o l’individualità delle serate fuori dagli schemi dei gruppi di ragazzini che passeggiano avanti e indietro lungo Takeshita-dori. Una cosa è certa. Le scarpe, non sanno farle e non sanno comprarle.

Elegante/Kitsch

Da un lato, l’estetica perfetta del cibo sublimata nel bento, cestino per un pranzo rapido che non rinuncia ai dettagli di presentazione ma anzi esalta al massimo colori, forme e consistenze. Dall’altra, auto simili a scatolette sgraziate, su cui noi ci rifiuteremmo di salire, e taxi che sembrano il salotto di una nonna appassionata di uncinetto, affollati di centrini su ogni superficie disponibile. Come possano convivere, proprio non riesco a farmene una ragione.

Digitale/Analogico

Nell’immaginario della nostra infanzia di cartoni animati e videogiochi, il Giappone è associato a moderno, tecnologicamente avanzato, all’avanguardia. Viaggiando in metropolitana, una delle cose che più mi ha colpito è invece la quantità di persone che leggono. Libri, giornali. A tutte le età, dal ragazzino con un fumetto all’anziano che estrae dalla tasca un minuscolo volume. Almeno per ora, il trionfo della carta.

 

Alla fine, ciò che mi sono portata a casa è soprattutto la consapevolezza che affrontare un luogo così distante significa prima di tutto accettare di mettere in stand by le mie categorie mentali, non ostinarmi a voler interpretare la realtà secondo ciò che è logico nella nostra cultura di partenza.

Mi sono divertita a darmi tempo per osservare. L’ho trovato un esperimento affascinante.

E così, per fare in modo che questa sensazione non evaporasse troppo velocemente appena rientrata nella vita di tutti i giorni, ho approfittato del weekend per mettere in pratica i suggerimenti di Come diventare un esploratore del mondo di Keri Smith.

Un libro che propone una serie di esperimenti per provare a guardare con occhi diversi ciò che ci sta attorno. E che parla direttamente a quella parte di me che cerca di non perdere mai la capacità di sorprendersi, di andare alla ricerca, di imparare.

La parte che vuole mantenere lo stupore del bambino.

Non rinunceremo all’esplorazione
E il punto di arrivo di tutto il nostro esplorare
Sarà arrivare là dove siamo partiti
E scoprire quel luogo per la prima volta
(T.S. Eliot, I quattro quartetti)

Per entrare completamente nello spirito giocoso, prima di tutto mi sono dedicata a creare il mio kit dell’esploratore ideale, completo di taccuino, valigetta e generi di conforto. E poi, come uno scienziato, sono uscita ad osservare, analizzare e paragonare. A caccia di elementi comuni, connessioni, storie vere o da inventare.

Provate anche voi.

Andate alla ricerca di diversi tipi di scrittura nei cartelloni o nei manifesti. Raccogliete solo oggetti con una certa forma. Fate la spesa scegliendo unicamente prodotti che non avete mai acquistato. Cercate in un mercatino oggetti che vi ricordano la vostra infanzia e provate a vedere cosa vi dicono oggi. Sedetevi su una panchina e osservate le persone che passano.

Io ho provato a creare il mio Giro del Mondo in 80 minuti. Basta salire in metropolitana, allontanarsi un po’ dal centro, aprire la mente e gli occhi. Passare davanti a murales, immaginarsi tra i banchi di un mercato tropicale osservando frutta e verdura mai vista. Camminare e poi alzare gli occhi verso terrazze di piante rigogliose e tende mosse dalla brezza, come davanti al mare. Immaginare Cuba nella scritta di un edificio occupato.

Un gioco semplice, ma proprio per questo ancora più prezioso. Perché non richiede tempo o preparazione. Solo la voglia di un pizzico di avventura.

Aspettatevi l’inatteso. E probabilmente lo troverete.

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