Lost in Translation

Yuba lunch in Nikko

Confesso.

Ero tentata dall’idea di scrivere un intero post sulla fenomenologia delle riproduzioni in plastica dei piatti, che qui in Giappone funestano le vetrine della maggior parte dei ristoranti, persino quelli dove poi si mangia bene. Ma forse è meglio cominciare invece dal principio.

Non è il primo viaggio in un luogo in cui non solo non conosco la lingua, ma anche la scrittura è un ostacolo a qualsiasi ipotesi di interpretazione.

Eppure stavolta, arrivata a Tokyo nel caos di Akihabara, tra le insegne luminose e la folla della domenica pomeriggio a passeggio, ho avuto un attimo di spaesamento, come se fossi in una bolla che non poteva in alcun modo trovare un contatto con l’esterno.

Non avere un linguaggio comune mi ha fatto trascorrere intere giornate in un silenzio quasi assoluto.

Se io non conosco una parola della loro lingua, i giapponesi da parte loro pare che con l’inglese siano in una relazione complicata. C’è chi se la cava, ma a modo suo – ed ecco così frasi, probabilmente frutto della traduzione letterale di espressioni locali, che in inglese suonano decisamente comiche. C’è chi ha invece imparato a memoria le sole espressioni che gli servono nei confronti del turista di turno – sa quindi dare una spiegazione purché non preveda alcuna interazione di ritorno. E poi c’è chi, semplicemente, l’inglese non lo sa e sta bene così.

Dentro alla bolla il mio cervello sembra aver attivato, amplificate all’ennesima potenza, due tecniche che di solito mettiamo in atto di fronte ad un messaggio che non ci piace e quindi non vorremmo capire.

Da un lato, mi è capitato di voltarmi convinta di aver sentito parlare italiano, o in una qualsiasi altra lingua anche vagamente nota, per trovarmi invece di fronte a dei perplessi giapponesi interrotti nella loro conversazione. A quanto pare il mio inconscio andava a pescare e mescolare i suoni ascoltati, per cercare di avvicinarli a qualcosa di conosciuto e mettere quindi in una cornice quello che altrimenti sarebbe restato solo un rumore senza significato. Un po’ come quando proviamo ad attribuire alle parole che ci vengono dette un senso in linea con ciò che desidereremmo. Provando a partire dalla nostra percezione per adattarvi poi la realtà, invece di fare il contrario come sarebbe assai più logico.

Dall’altra, mi sono resa conto che, ogni volta che mi ritrovavo senza l’appiglio della trascrizione in caratteri romani, era come se diventassi cieca alla scrittura. Esattamente ciò che facciamo quando ci rifiutiamo di vedere ciò che magari abbiamo ben evidente proprio sotto agli occhi, metaforicamente o meno. Qui una scelta di questo genere avrebbe però ben limitato la mia libertà di movimento. Appena fuori dalle tratte maggiormente battute dai turisti, infatti, la trascrizione è un bene raro. E non dico che ho intenzione di lanciarmi in un corso accelerato di kanji, ma magari se avessi provato a confrontare qualche cartello con la cartina che avevo in tasca, per avere una mezza idea di dove girare ad un bivio, avrei certo evitato qualche deviazione imprevista.

Credo che la svolta ci sia stata quando ho visitato il tempio Toshogu a Nikko, una delle antiche capitali. 

L’umore non era dei migliori. Faceva freddo e diluviava, per cui stavo litigando con macchina fotografica e ombrello, cercando di avvicinarmi al pannello di spiegazione dell’edificio tra le cui decorazioni ci sono le famose tre scimmiette non-vedo-non-sento-non-parlo. Ed ecco che, leggendo, ho scoperto che anche io mi ero accontentata fino a quel momento di una interpretazione parziale e distorta di quello che è il vero senso di questa scultura. Perché se nell’immaginario comune il significato che associamo è quello di accontentarsi di mezze verità (o peggio) in realtà le Tre Scimmiette Sagge invitano a a non guardare, non dire, non ascoltare ciò che è male.

Non per lasciare che sia, ma al contrario per isolarlo e depotenziarlo.

Così, in questo silenzio, piano piano ci ho preso gusto. Se le parole possono essere un ostacolo, in fondo si può partire dai numeri. Affidarsi ai gesti. Ricordare che un sorriso definisce il tono anche in una conversazione muta.

Continuo a dire al massimo “buongiorno” e “grazie”, mentre il cassiere del supermercato si esibisce in un lungo monologo di cui, ne siamo chiaramente consapevoli entrambi, io non capisco niente. Mi fa ancora più ridere perché, in generale, questo mi sembra un popolo che nel privato misura molto le parole. Mentre tutti i messaggi ufficiali, che siano nella risposta ad uno sportello o negli annunci in metropolitana, sembrano quasi una rappresentazione teatrale. Credo che dal loro punto di vista, non completare il processo standard per un dettaglio tanto insignificante quale la mia totale ignoranza delle lingua, sarebbe una violazione inaccettabile.

Così il cassiere prosegue imperterrito in tutta la sua spiegazione.

Io ascolto, sorrido, ringrazio. 

Indico ciò che vorrei comprare o il piatto che vorrei mangiare. Mi arrangio con un menù in inglese. Se non c’è, ne faccio a meno e vedremo cosa arriva.

E comunque magari per la prossima volta una manciata di parole le studio, perché alla nobile arte del sanpuru proprio non mi voglio convertire.

Sanpuru

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