La valigia perfetta per un viaggio di primavera

Wanderlust

Il viaggio inizia quando tiro fuori dall’armadio lo zaino. L’ho comprato dieci anni (e molti ricordi) fa, la prima volta che sono partita veramente sola. La prima volta che ho provato a camminare sulle mie gambe (in ogni senso). Ed ho scoperto che in fondo ne ero capace.

Forse anche per questo, mentre ciclicamente svuoto armadio e cassetti eliminando senza pietà tutto quello che non è strettamente necessario, da questo zaino ormai malandato e che ha bisogno di continui rattoppi non riesco ancora a staccarmi.
Mi piace il rito di aprire i cassetti e scegliere ciò che porterò con me.

L’essenzialità di limitarmi al carico che posso portare sulle spalle.

Così, se ogni viaggio prende vita quando scelgo una meta, e cresce mentre mi organizzo per mettere in pausa le attività di tutti i giorni, sembra finalmente concretizzarsi negli oggetti che mi accompagneranno.

Perché, insieme agli abiti, quante aspettative mettiamo in valigia? Tante che a volte la partita sembra persa in partenza. Nelle nostre vite che dispongono ordinatamente in agenda ogni minuto, lasciare le responsabilità quotidiane appare sempre più un privilegio.  Una tale violazione dell’ordine precostituito da pretendere che ogni istante che ne deriva sia degno di restare scolpito nella memoria. Come se un viaggio potesse essere fatto solo di tramonti, viste mozzafiato, cene dai sapori insoliti. Dimenticando le lunghe ore necessarie agli spostamenti, le giornate di pioggia, i ritardi.

Se la nostra esistenza si svolge all’insegna della ricerca della felicità, forse poche cose meglio dei viaggi riescono a svelarci le dinamiche di questa impresa – completa di tutto il suo ardore e tutti i suoi paradossi. (…) Ciononostante raramente i viaggi vengono considerati stimolanti sul piano filosofico (…) veniamo così inondati di consigli sul dove, ma poco o nulla ci viene domandato circa il come e il perché del nostro andare. (L’arte di viaggiare, Alain De Botton)

Il come e il perchè del mio viaggiare?

Sono partita per tanti motivi – a volte per fuggire, a volte per avvicinarmi. Una volta in movimento, però, ciò da cui mi allontanavo o la meta a cui credevo di tendere sono spesso diventati poco più di riflessi sfocati.  Ho capito che  viaggio per comporre ogni volta un puzzle nuovo, fatto dei luoghi che vedo, le persone che incontro, le emozioni che provo. Le tessere arrivano una alla volta e puoi riconoscerle solo se non resti troppo attaccato allo scenario ideale che hai immaginato, leggendo la tua guida seduto sul divano.

Viaggiando corriamo il rischio di vedere le cose giuste al momento sbagliato, prima cioè di aver avuto modo di elaborare la necessaria ricettività nei loro confronti e quando ogni informazione risulta ancora inutile e sconnessa come la perla di una collana senza filo. (ibid.)

Qualche anno fa, la mia pianificazione di un itinerario era minuziosa e rigida: spostamenti, tempi, luoghi da visitare, tutto registrato e definito prima ancora di uscire dalla porta di casa. Ma l’imprevisto arriva, sempre.

Nei viaggi e nella vita.

A volte è una seccatura, e serve il tempo per tirarsene fuori. Altre volte è una possibile deviazione dalla via tracciata, ma se non hai lasciato margine all’incertezza – in cambio, a cosa rinunciare? Non è poi detto che l’inatteso sia per forza qualcosa di negativo. Anzi. Quando l’imprevisto è un dono, perchè privarsi dello spazio che serve per goderne?

Viaggiare è curiosità.

Ma spesso finiamo per vedere solo quello che rientra nelle categorie predefinite dal libri, dai racconti di chi ci ha preceduto, dalle brochure degli uffici informazione.
Certo, non abbiamo più l’opportunità di avvicinarci per primi a terre ignote. Ma forse, di fronte ad un luogo in cui non siamo mai stati, non siamo così diversi da Alexander von Humboldt, che a fine settecento si imbarca da La Coruña verso il Sudamerica, carico di una fascinazione irresistibile verso quelle terre e verso la conoscenza.

Voglio avere lo sguardo di un esploratore che si inoltra alla scoperta di territori conosciuti in maniera vaga e imprecisa.

E allora – ho studiato abbastanza da nutrire la mia curiosità di avvicinarmi alla cultura di un popolo. Ma senza eccedere, per non convincermi di avere già tutte le risposte.
Ho disegnato a mano le mie mappe, per  percorrere già con la penna le strade su cui camminerò. Per aprire la porta a ciò che non era in programma, anche rischiando di perdermi innumerevoli volte.

Metto nello zaino ciò che è indispensabile ma anche qualcosa di superfluo, perché camminando ho imparato che non serve portare molto, ma è importante portare quello che serve a te.

I viaggi sono le levatrici del pensiero. Pochi luoghi risultano più favorevoli di un aereo o un treno in movimento al conversare interiore. (…) L’incontro con la nostra parte più autentica non avviene necessariamente a casa, dove anche i mobili ci ripetono che non possiamo cambiare perché loro non cambiano, e l’ordine domestico ci incatena alla persona che siamo nelle vita di tutti i giorni. (ibid.)

Mi aspettano aerei per volare lontano dalla vita e dalle parole quotidiane. Treni per guardare fuori dal finestrino e lasciare che i pensieri scorrano come il paesaggio. Sentieri per camminare lasciando che la mente si sincronizzi ai passi ed al respiro. E giardini per sedersi a scrivere, leggere, cercare una tessera nuova per la mia collezione di storie.

Buon viaggio.

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