Storia del coniglio di pezza che voleva essere vero

 

“Cosa significa essere VERO?” Chiede il Coniglietto di Velluto al Cavallo di Cuoio. (…) “Vero non è come sei fatto, è una cosa che ti succede.” “E fa male?” incalza il Coniglietto. “Sì, un po’,” deve ammettere il Cavallo, “ma quando sei VERO, in fondo non ti importa molto se fa male.”

 

Lo scorso anno, iniziando il tirocinio in coaching, sono stata travolta dalla sensazione di non essere pienamente all’altezza della situazione, andando quindi ad approfondire in maniera un po’ disordinata e affannosa ogni argomento che emergeva nei percorsi che mi trovavo a seguire.

E proprio in una di queste ricerche un po’ disorganizzate ho incontrato per la prima volta la teoria dell’agilità emozionale, citata in un articolo della Harvard Business Review che non c’entrava granché con il tema su cui stavo ragionando in quel momento, ma che mi ha subito conquistato.


Ogni giorno pronunciamo qualche decina di migliaia di parole. Che vanno sommate a tutte quelle che pensiamo ma non emettiamo. Parole che raccontano storie che per noi sono la descrizione effettiva del mondo, di ciò che ci accade, delle nostre relazioni. Raramente ci fermiamo a riflettere su quanto, nei discorsi che facciamo agli altri o a noi stessi, ai fatti oggettivi siano in realtà mescolati sentimenti, opinioni, sensazioni. Lo facciamo talmente in automatico che non ce ne rendiamo nemmeno conto. Per noi quella diventa la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità.

La parte soggettiva dei nostri discorsi, a sua volta, è composta da due tipi distinti di riflessioni – quelle positive, che ci aiutano e motivano, e quelle negative, dannose e controproducenti. Capita a tutti, è parte del nostro essere umani. A volte vediamo le cose come se tutto fosse illuminato, a volte siamo pieni di dubbi, critici con noi stessi, pieni di paura. Infatti il vero problema non è avere questi pensieri, sarebbe assurdo e impossibile pensare di azzerarli. La difficoltà che ci troviamo ad affrontare è che siamo stati educati a considerare questo lato ombra come disdicevole e da reprimere, controllare, nascondere.

Peccato che, come spesso accade alle cose che si cerca di seppellire sotto la sabbia, prima o poi queste sensazioni decidono di esplodere tutte insieme. Solitamente, nel momento peggiore.

 

Ma quindi cosa c’entra e come funziona l’agilità emozionale?

Susan David, psicologa e coach che con i suoi studi raccolti lo scorso anno nel libro Emotional Agility ha determinato lo sviluppo di questa teoria, suggerisce di partire dalla consapevolezza che

“Tra stimolo e risposta esiste uno spazio. In questo spazio, abbiamo la possibilità di scegliere la nostra risposta. E nella risposta stanno la nostra opportunità di crescita e la nostra libertà” (Viktor Frankl)

 

Quindi per sviluppare la nostra agilità emozionale, il primo passo è osservare i meccanismi automatici che applichiamo di fronte ad un determinato stimolo e all’emozione che ne deriva. Riflettiamo per un istante su quante energie dedichiamo a ripetere comportamenti che non ci portano da nessuna parte. Tendiamo ad accettare come veri i discorsi negativi che diciamo a noi stessi (“Non ce la farò mai” “Perché la mia idea dovrebbe piacere?” “E’ inutile che ci provi un’altra volta”) oppure tendiamo a reprimerli e sentirci in colpa anche solo per averli pensati (quindi ad imbottigliarli rischiando l’effetto esplosione di cui sopra)?

Il secondo passo è distinguere i fatti dalle emozioni, così da sciogliere possibili legami causa-effetto che forse esistono solo nella nostra testa. “Il mio collega sbaglia e quindi sono arrabbiato” oppure “Credo che il mio collega sbagli. Mi sento frustrato”? Qui entra in gioco un altro aspetto importante su cui, personalmente, mi sono resa conto di dover ripartire dalle basi. Sono infatti un perfetto esempio di quanto siamo mediamente incapaci di esprimere le vere sfumature di quanto sentiamo. In tema di emozioni, ho un vocabolario da prima elementare. E come posso gestire quello che sento, se spesso non è molto più di una vaga sensazione alla bocca dello stomaco? Se non sono certa se quello che provo è rabbia o preoccupazione, ansia o paura?

Il terzo passo è accettare quello che sentiamo. Da dire, facilissimo. Da mettere in pratica, decisamente meno. Perché spesso significa disinnescare l’abitudine ad aggiustare quel che non va. Smettere di pretendere di poter avere controllo su tutto e, piuttosto, porsi di fronte alla realtà dei fatti. A quello che succede fuori e dentro di noi. Il che non significa che per magia e all’improvviso non sentiremo più tristezza, dolore, paura. Solo, che saremo pronti ad affrontarli con sincerità.

Infatti il quarto passo è quello di agire secondo il nostro perché. Prendiamo ogni giorno migliaia di decisioni, grandi e piccole. Quali ci indirizzano nella giusta direzione, quali ci fanno essere coerenti con quello che sentiamo, quali ci fanno essere più autentici? Non è facile abbandonare l’idea di un perfezionismo rispetto a cui troppo spesso abbiamo misurato il nostro valore. Ma possiamo accogliere la nostra identità in evoluzione, accettare le nostre paure e affrontarle a testa alta, riconoscere il legame inseparabile tra bellezza e fragilità della nostra esistenza.

E’ difficile che diventi vero chi si rompe con facilità, ha spigoli taglienti o deve essere trattato con troppa cura. Per essere vero è probabile tu sia sballottato parecchio, forse diventerai anche un po’ malandato. (…) Ma alla fine, sarai finalmente VERO per tutti. (The Velveteen Rabbit in – Emotional Agility, Susan David)

 

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