Elegia della Fatica (anche a -5° C)

Sono un battitore libero.

Immagino di esserlo sempre stata. Di aver a tratti cercato di zittire questo aspetto di me. Perché si sa, bisogna fare gioco di squadra e contribuire al risultato comune. Non che non ci creda, nel lavorare insieme. Solo che, allo stesso tempo, mi piace essere indipendente. Darmi obiettivi. Fare piani d’azione. Realizzarli, vedere il risultato di quello che ho immaginato, a cui ho lavorato, che ho costruito e che alla fine diventa vero.

Non stupisce allora che il mio sport sia la corsa. La sveglia suona che non sono ancora le sei, infilo le scarpe ed esco. Un passo appena fuori dalla porta di casa, sto già accumulando chilometri. Mi piace la sensazione di partire ancora intorpidita e poco alla volta sentire ogni cellula del mio corpo che si mette in moto. Mi piace vedere la città che ancora dorme, la luce che lentamente conquista l’orizzonte. Il corpo che si confronta un giorno alla volta con i propri limiti, che impara ad allungare di qualche passo, completamente vivo in questo flusso di energia che, allo stesso tempo, viene spesa nel gesto di correre e sembra tornare, moltiplicata esponenzialmente.

Qualche giorno fa leggevo un articolo sulla bellezza della fatica e su come

appesantite dalla fatica della bellezza, le donne sportive non citano mai la bellezza della fatica come valore…

Sarà, non sono molto d’accordo. Credo che i motivi per cui raramente una donna celebra la fatica non siano così tanto nell’imperativo della propria bellezza, ma da cercare piuttosto nella vita da equilibrista di chi spesso si sente in colpa per il tempo rubato agli impegni della vita seria. Di cui, nella nostra cultura, difficilmente lo sport fa parte, relegato in una categoria di frivolezza che sembra non avere la stessa dignità degli altri impegni che affollano le nostre settimane.

Io invece alla bellezza della fatica ci credo, molto. Ma devi prenderti il tempo per conoscerla da vicino. All’inizio la fatica è semplicemente fatica. È quella che ti fa venire voglia di mollare il colpo, di voltarti indietro e tornare a casa. Invece devi darti la possibilità di incontrarla, viverla fino in fondo, imparare a gestirla. Solo allora puoi capire. Quella sorta di sorta di mistica della fatica estrema che ti fa arrivare a fine di un allenamento svuotata di energie ma piena di vita.

Come spiega Pietro Trabucchi in Perseverare è Umano

Oltre un milione di anni su e giù attraverso la savana hanno plasmato la nostra specie. C’è stata una pressione selettiva nei confronti degli individui più resistenti e verso lo sviluppo di particolari caratteristiche fisiche. […] ma un milione e più di anni di “caccia persistente” hanno anche selezionato speciali caratteristiche cerebrali. […] La motivazione […] è anche abitudine a mantenere il disagio, a sopportare.

Così, io corro.

Da cinque anni, sola, non avevo bisogno e nemmeno volevo uno sparring partner con cui allenarmi.

Finché ho scoperto il Trail running.

Al traguardo della Mezza Maratona di Pavia, un volantino come mille altri. A dirla tutta, io sono uno di quegli individui fastidiosi che spesso il volantino non lo prende nemmeno. Invece quel giorno ho guardato il foglio che mi porgeva un ragazzo sorridente. Ho letto qualche riga. E sono tornata a chiedergli informazioni.

Un anno e mezzo dopo. Domenica, ancora buio. Il termometro dell’automobile oscilla attorno ai -5° C. Guido salendo verso le prime alture dell’Oltrepo Pavese, parcheggio, infilo le scarpe e indosso lo zainetto con scorta di acqua e barrette. I ragazzi sono già arrivati. Siamo infreddoliti ma come sempre la voglia di scherzare non manca. Una battuta, due esercizi per riscaldarci. E si parte.

Dopo due chilometri, un paio di dita delle mani e tutte quelle dei piedi sembrano ancora rifiutarsi di uscire dal permafrost in cui sono precipitate. Che, detta così, non sembra una condizione piacevole. Ma so che basterà solo essere pazienti. Non me ne accorgo nemmeno, ma sto già bene. Il sole finalmente sta superando il crinale, la giornata è perfetta. Alterniamo salite su strade carrozzabili a costoni che aprono lo sguardo su affascinanti calanchi, saliamo lenti verso la vetta e ci lasciamo andare nella discesa di single track che attraversano boschi dalla quiete così perfetta da sospendere per un istante tutto il mondo intorno.

Perché è questa la magia del Trail.

Fatica che diventa piacere nel sentirsi parte integrante della bellezza della natura. Fatica che si conquista tutti insieme, scegliendo la direzione ad ogni bivio e attendendosi per non lasciare nessuno indietro. Fatica da stemperare nel terzo tempo di una birra, qualche fetta di salame, i sorrisi di un gruppo di amici.

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