Fail. Fail again. Fail better — Samuel Beckett

“Allora, in cosa hai fallito oggi?”

Interessante, come domanda dell’ora di cena. A quanto pare, però, sentirtela porre da tuo padre, sera dopo sera, può avere come risultato quello di farti diventare multimilionaria. Anzi, a poco più di quarant’anni, la più giovane miliardaria degli Stati Uniti. Non male.

Così, dopo averla sentita citare due volte in due giorni, ho deciso che valeva la pena approfondire la faccenda. Sara Blakey, fondatrice di Spanx. Praticamente quei mutandoni inguardabili che offendono la sensibilità di chiunque abbia un minimo senso estetico. Ma che, a quanto pare, funzionano talmente alla grande che non ti puoi dire una vera celebrità di Hollywood se non li indossi sul red carpet. Tutto sommato, anche con fierezza.

Non so cosa pensare. Prima di tutto, degli Spanx.
Purtroppo faccio parte di quella corrente, probabilmente un po’ (tanto?) snob, che non vede fino in fondo l’utilità di strizzarti in un’armatura che ti faccia apparire presentabile in un abito attillato… se sai cosa succederà nel segreto della tua cameretta quando li toglierai. Anzi, quando te ne farai liberare, dato che mi pare di aver capito che è praticamente impossibile uscirne senza aiuto. In ogni caso, lo so che sono una rompiscatole, una perfezionista, pretendo troppo. Quindi, mica è detto che abbia ragione. Anzi.

A quanto pare in questo caso ha proprio ragione lei.

Ad ogni modo, prodotto a parte, quello che mi intriga è proprio la storia del “dacci oggi il nostro fallimento quotidiano”. La nostra cultura non ci insegna esattamente l’opposto?

Fallire è un tabù.

Una di quelle cose che, se proprio capita, si cerca di seppellire, nascondere, negare. Sicuramente, di allontanare il più possibile da noi, come se potessimo esserne contaminati, riconoscendo la nostra responsabilità. E’ stato il caso! E’ colpa di qualcun altro!

Ecco invece un modo di vedere le cose in maniera differente.

Fallire non è il risultato, è solo parte di un processo.

Significa aver tentato, essersi affacciati sulla soglia della propria area di comfort, aver provato a fare il salto. A volte si cade, è vero. E fa male, non è che la consapevolezza attutisca i colpi che possiamo ricevere. Ma, forse, aiuta a trasformare quei graffi che prima nascondevamo, a farli diventare prove del nostro tentativo concreto di muoverci in direzione dei nostri sogni. Medaglie al valore del coraggio di non lasciare i sogni chiusi in un cassetto.

Certo, provare e fallire sono solo due passi di un lungo percorso. Da soli possono essere rischiosi. Serve anche la capacità di valutare realisticamente la propria idea finché si è effettivamente pronti a mostrarla al mondo (senza cadere nell’eccesso opposto del perfezionismo, ma anche senza lanciarla nella mischia quando è ancora troppo fragile per essere convincente). La dedizione necessaria ad imparare tutto quello che non sappiamo né immaginiamo ci servirà per realizzare il nostro progetto. La faccia tosta di non accettare un “no” come risposta.

Ma è sempre una bella prospettiva, soprattutto quando ci troviamo in una situazione da cui non sappiamo muoverci, bloccati proprio dall’idea di poter fallire.

Proviamo a non pensare all’opzione che neghiamo, a quello che abbandoniamo. Ma, al contrario, a quello che perderemmo non provandoci nemmeno. Alle opportunità cui abbiamo chiuso la porta in faccia prima ancora che prendessero forma.

…in cosa voglio fallire quest’anno?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.