Quello che ubriaca è sempre l’ultimo bicchiere

L’arrivo di un cammino è come il finale di un romanzo: raramente risponde completamente alle aspettative.

Forse perché ormai la sequenza di giornate in cui infili sei, sette, otto ore di marcia è così consolidata che ti trovi a illuderti di poter andare avanti ad oltranza, dimenticando che sei un pellegrino da una manciata di giorni mentre stai seduta alla scrivania da anni.

Forse perché la stessa bellezza della sequenza di scorci, persone, silenzi di un percorso non potrà mai concentrarsi nelle poche ore di un giorno che pretenderesti perfetto.

Forse, banalmente ma anche oggettivamente, perché è ben difficile rituffarsi nella città mantenendo lo stesso spirito in qualche modo fuori dal tempo e dello spazio che caratterizza il pellegrino.

Sapevo che sarebbe stata una tappa impegnativa: la scelta di fermarmi a Formello implicava comunque la mia razione di una trentina di km, mentre la tappa di arrivo “tradizionale” parte ben più avanti, concentrando l’ultimo sforzo sull’affrontare e superare la periferia romana.

Sveglia come sempre presto e primo piccolo intoppo: il portone del palazzo in cui si trova l’ostello è chiuso. Sono a malapena le sei e giustamente l’hospitalero dorme ancora il sonno di giusti, mi faccio quindi scrupolo a bussare troppo insistentemente alla sua porta – almeno finché non arriva il secondo pellegrino pronto ad uscire.

 

La prima parte della giornata è molto piacevole: fuori dal nucleo medievale del borgo il sentiero si inoltra nel Parco di Veio, tra resti etruschi e natura incontaminata – a parte i consueti cavalli bradi, vedo addirittura sfrecciare una volpe! – fino a lambire Isola Farnese e salire poi a La Storta. E, per stare in tema storico, mi vien da dire nomen omen. O, se vogliamo essere più “caserecci”, un nome, un programma.

Il percorso si immette sulla Cassia. E passi per il traffico, su quello non posso avere pretese. Anzi, con un certo balzo di fantasia, se mi concentro sui pini marittimi e sulla brezza potrebbe anche essere affrontabile. Purtroppo la periferia di città si mostra al suo peggio. Sporcizia, poca cura. Anche i segnali della Via sembrano meno rassicuranti. Va bene che devo seguire per qualche chilometro questo stradone senza fantasia e senza deviazioni, so che non serve essere un genio per riuscirci.

Ma lasciami qualche cartello in più ad ingentilire i miei passi, a rendere meno brusco il distacco.

La variante che percorre la Riserva Naturale dell’Insugherata, aperta appositamente alla fine dello scorso anno in vista del Giubileo della Misericordia, purtroppo sembra non avere altri pregi se non quello di togliere per un po’ dal traffico mattutino. Raggiungere l’ingresso non è così agevole, io seppur con mappa e indicazioni ho avuto qualche esitazione – certamente con i soli segnavia avrei rinunciato anche a provarci. Il parco in sé appare purtroppo non molto curato e, anche in questo caso, qualche indicazione in più non avrebbe guastato. La ciliegina finale è l’uscita che, tra baracche e pollai conduce ad una salita spaccagambe che è il regalo di benvenuto di Monte Mario.

Le esitazioni continuano, tra giri tortuosi e manutenzione approssimativa che ti fa sempre avere il dubbio di essere su un percorso abbandonato piuttosto che sul sentiero ufficiale. La vista dal belvedere però riaccende la speranza: la cupola di San Pietro, ancora pochi chilometri, ci siamo.

Entrare in una piazza vista decine di volte ma che ti sei conquistato passo passo, con la fatica dello zaino sulle spalle, le da’ una sfumatura che resterà indelebile.

A quanto pare ce l’ho fatta, a quanto pare questa era la meta.

E domani? Be’, credo andrò a fare due passi…

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