…and I have no compass/ and I have no map

Viterbo – Vetralla, 19km teorici, non pensiamo a quelli reali

And I have no reason/ no reason to get back/ and I have no religion/ and I don’t know what’s what/ and I don’t know the limit/ the limit that we’ve got (Zoostation, U2)

Sto camminando sul ciglio della strada. Un’utilitaria bianca mi supera. Inchioda, si ferma praticamente in mezzo, una signora anziana apre la portiera e si sporge “Signorina, vuole un passaggio?” Sorrido. Ringrazio, le spiego. “Quindi non si è persa, vuole proprio camminare!”. Esatto. Capisco sia fuori dagli schemi di… quasi tutti effettivamente. Però la signora se ne va sorridendo, e tanto mi basta.

Anche ieri sera, la proprietaria del locale invaso dal numeroso gruppo dei pellegrini incrociati al Convento dei Cappuccini di Viterbo, sentendo che oggi avremmo preso la variante cimina, aveva subito reagito “Ma quella è più faticosa!”. Eppure lei di pellegrini ne vede ogni giorno, ormai non dovrebbe stupirsi di gente che cammina in fondo anche per cercarla, quella fatica. Se solo significa un sentiero nel bosco, un minuscolo paese che probabilmente non avresti mai scoperto. O anche solo qualche ora da dividere ancora con i tuoi compagni di viaggio.

Sì, perché oggi avevo deciso che mi sarei staccata dagli altri. O meglio,che avrei proseguito con il mio piano originario, mentre gli altri preferivano scavallare per tagliare una tappa. Avere un gruppo di riferimento è importante, ti dà un senso di sicurezza. È bello passare per una strada sconosciuta e sentire all’improvviso qualcuno che ti chiama per nome, dalla panchina dove si è seduto per riposare un attimo. Immagino che per i percorsi lunghi sia quasi indispensabile: quando cammini per settimane arrivano inevitabilmente i momenti di sconforto o difficoltà, e sapere di avere una spalla rende tutto più semplice.

Ma ieri sera ero andata a dormire con la consapevolezza che per me, invece, la zona di comfort costituita da questo gruppo stava diventando un adattamento comodo (appunto) ma di cui ero convinta solo a metà. Così eccomi per la mia tappa alternativa. Partita comunque con Toni e Oriella, perché l’idea del percorso nel Parco del Lago di Vico mi sembrava un piacevole cambiamento rispetto all’imperante Cassia, l’idea era quella di tornare poi a quota più bassa per ricongiungermi con il sentiero verso Vetralla.

Ma, come spesso capita, non è detto che teoria e pratica coincidano perfettamente. Anzi, mi stupisco quasi che stavolta non fosse ancora successo. Una volta rimasta sola controllo la mappa, mi immergo totalmente nei miei pensieri… e mi perdo. Il cammino ti porta inevitabilmente di fronte a te stesso, ai tuoi limiti, alla tua capacità di gestire le situazione. Niente di rivoluzionario o che ciascuno di noi già non sappia, ma con la forza aggiuntiva determinata dalla differenza tra una bella frase e il trovarsi di colpo dentro la stessa frase, con le parole che diventano passi, e fatica, e tempo.

Così, quando ti rendi conto senza ombra di dubbio che la direzione che hai preso è sbagliata, non serve a niente prendersela, intestardirti nel perseguire il percorso intrapreso o aspettarti che qualcuno ti dia per incanto una via d’uscita semplice e a costo zero. La soluzione è lì, chiara ed evidente: voltarsi, ripercorrere all’indietro i propri passi… e riprendere a camminare nella direzione corretta.

Arrivo a Vetralla discretamente stravolta. Sto camminando ininterrottamente da quasi cinque ore, so che i piedi me la faranno pagare. Non ho praticamente visto niente che potesse giustificare la strada extra fatta. Insomma, sono parecchio incazzata con me stessa: avrei potuto scegliere tra fare una tappa “cuscinetto” oppure arrivare alla meta successiva, ho finito con il muovermi solo pochi km ma rendendola una tappa impegnativa. Un genio, praticamente.

Ma in fondo, al viandante basta poco. Già la doccia sembra lavare via gran parte del malumore. Scendo in giardino per stendere il bucato e mi trovo una panchina per leggere. Poco lontano c’è un gruppetto raccolto attorno ad un ragazzo con la chitarra: i testi sono un po’ approssimativi, ma lui non suona male e, alla giusta distanza, è un sottofondo piacevole. Mi rilasso, se oggi non è stata una giornata perfetta… in fondo quale lo è?

Giorno 7, 88 km a Roma

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