L’invenzione di una storia

Ho visitato le Isole Uros.

Islas Flotantes, costruite artificialmente da questa popolazione in fuga dai Colla e poi dagli Inca, che li volevano assoggettare. Parecchio litigiosi, questi popoli andini. Mi pare si guardino in cagnesco anche oggi, molto fieri della propria patria e spesso con qualcosa da recriminare nei confronti dei vicini. Sia come sia, gli Uros hanno sfruttato le totoras, le canne che crescono abbondanti in questa parte del Titicaca, e si sono inventati lo spazio in cui stare. Il proprio posto nel mondo.

Lo sapevo, che era una gita da turismo mordi e fuggi.

Arrivi in una delle tante barche che fanno la spola dal porto turistico di Puno. Scendi con passo malfermo sugli strati di canne fresche, che vengono via via accumulate per garantire lo spazio di ciascuna micro comunità familiare. Ascolti la dimostrazione di come ogni isola è stata costruita da zero. Per finire, proposta di rito di prodotti di artigianato da portare a casa come ricordo.

Lo sapevo, e sono andata lo stesso.

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Lost in Translation

Yuba lunch in Nikko

Confesso.

Ero tentata dall’idea di scrivere un intero post sulla fenomenologia delle riproduzioni in plastica dei piatti, che qui in Giappone funestano le vetrine della maggior parte dei ristoranti, persino quelli dove poi si mangia bene. Ma forse è meglio cominciare invece dal principio.

Non è il primo viaggio in un luogo in cui non solo non conosco la lingua, ma anche la scrittura è un ostacolo a qualsiasi ipotesi di interpretazione. Eppure stavolta, arrivata a Tokyo nel caos di Akihabara, tra le insegne luminose e la folla della domenica pomeriggio a passeggio, ho avuto un attimo di spaesamento, come se fossi in una bolla che non poteva in alcun modo trovare un contatto con l’esterno.

Non avere un linguaggio comune mi ha fatto trascorrere intere giornate in un silenzio quasi assoluto. Se io non conosco una parola della loro lingua, i giapponesi da parte loro pare che con l’inglese siano in una relazione complicata. C’è chi se la cava, ma a modo suo – ed ecco così frasi, probabilmente frutto della traduzione letterale di espressioni locali, che in inglese suonano decisamente comiche. C’è chi ha invece imparato a memoria le sole espressioni che gli servono nei confronti del turista di turno – sa quindi dare una spiegazione purché non preveda alcuna interazione di ritorno. E poi c’è chi, semplicemente, l’inglese non lo sa e sta bene così. Leggi tutto “Lost in Translation”

Storia del coniglio di pezza che voleva essere vero

 

“Cosa significa essere VERO?” Chiede il Coniglietto di Velluto al Cavallo di Cuoio. (…) “Vero non è come sei fatto, è una cosa che ti succede.” “E fa male?” incalza il Coniglietto. “Sì, un po’,” deve ammettere il Cavallo, “ma quando sei VERO, in fondo non ti importa molto se fa male.”

 

Lo scorso anno, iniziando il tirocinio in coaching, sono stata travolta dalla sensazione di non essere pienamente all’altezza della situazione, andando quindi ad approfondire in maniera un po’ disordinata e affannosa ogni argomento che emergeva nei percorsi che mi trovavo a seguire.

E proprio in una di queste ricerche un po’ disorganizzate ho incontrato per la prima volta la teoria dell’agilità emozionale, citata in un articolo della Harvard Business Review che non c’entrava granché con il tema su cui stavo ragionando in quel momento, ma che mi ha subito conquistato.

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