London Calling

Londra non era prevista.

Anche se c’era, in un angolo, il pensiero che tutto sommato avrei potuto approfittare dello scalo per una giornata in città. Prendere un volo alla sera, per rivederla anche solo qualche ora. Giusto pochi giorni prima mi ero resa conto che sono cinque anni che non ci mettevo piede, da quel weekend con mia sorella (quella vera) e mia sorella (quella per anzianità di sopportazione). Tre giorni di vento, tè delle cinque, chiacchiere, un musical, stupore da bambine nei corridoi di Harrod’s, pranzi al pub.

Non ho ancora capito se l’universo mi ascolta anche troppo o se ha uno strano senso dell’umorismo.

Dopo un viaggio abbastanza turbolento, tocchiamo terra in modo altrettanto secco. Mi predispongo alla trafila – controllo passaporto, verificare da dove parte il volo successivo, dirigermi al gate. Ma quando mi avvicino ai tornelli di passaggio verso i voli in connessione, il sistema automatico mi respinge. Anzi. Mi regala un nuovo biglietto con scritto che il mio volo è riprogrammato per mercoledì.

Due giorni dopo.

Non capisco.

Poi vedo che, poco alla volta, il monitor che annuncia le partenze inizia a popolarsi di scritte “Cancellato”. Mi avvicino ad una ragazza in divisa che mi dirige all’area partenze per avere informazioni. L’immenso salone è occupato a perdita d’occhio da un infinito serpente di persone, davanti a me ci saranno in fila altri mille viaggiatori. E non è un modo di dire. Aspettiamo in silenzio, è mattina presto, tanti sono reduci come ma da un lungo volo e da ore di fuso orario. Non abbiamo (ancora) l’energia per incavolarci troppo.

Ad un certo punto, però, la voce dagli altoparlanti inizia a trasmettere un annuncio che sembra uno scherzoSe il vostro volo è stato cancellato, lasciate l’aeroporto e connettetevi al nostro sito per individuare una nuova prenotazione”. La gente si guarda incredula. E, naturalmente, non si muove di un passo. Andare, e dove? Dopo essere stati in coda due ore, ci manca giusto di perdere la posizione conquistata.

Ma a quanto pare è vero.

Iniziano a passare incaricati dell’aeroporto, è inutile restare in fila, dobbiamo cercare un posto dove dormire, non si sa quando la situazione inizierà a risolversi. Qualcuno resta ostinatamente al suo posto, io provo a vedere se c’è la possibilità di anticipare almeno al giorno seguente, di essere messa in lista d’attesa per qualsiasi volo diretto in Italia. Altre code, altri impiegati che pure loro stanno passando una brutta giornata.

Niente da fare. Niente alternative.

Lascio perdere, provo almeno a capire la sorte del mio zaino. Qualcuno sostiene sia possibile recuperarlo e mi manda alla zona bagagli. Dove mi dicono che, essendo previsto direttamente su Milano no, non possono darmelo. Anche qui regna il caos. Hanno pile di valigie che avrebbero dovuto essere smistate su voli che non esistono, non possono garantire niente prima di 72 ore. Il mio zaino sarà sul volo a cui sono stata riassegnata. Dicono. Sono scettica, ma quel che è certo è che lascio l’aeroporto con in spalla solo ciò che mi ero portata in cabina.

Questo viaggio non vuol proprio finire.

Davanti a me, due giorni a Londra. All’inizio, la prendo male. Sembra assurdo, dopo tutti i piccoli contrattempi affrontati in questi mesi. Ma è sempre così – quando abbassi la guardia e lasci scendere il livello di attenzione, ti arriva addosso tutta la stanchezza e anche una cosa banale può sembrare un ostacolo insormontabile. Senza carta di credito temo di avere i soldi contati, e Londra certamente non è a buon mercato. Senza bagaglio ho poco più dei vestiti che indosso, e non ho voglia di fare shopping. Me le racconto da sola per convincermi che non può venire niente di buono, da questo imprevisto.

Ma dato che non ho alternative, inizio a muovermi. E le scuse cadono una ad una.

Il bancomat funziona, siamo di nuovo in Europa e quindi non rischio di dormire sotto un ponte. La metropolitana mi porta direttamente in centro, in ostello posso noleggiare un asciugamano per una lunga doccia calda. La testa ha sempre meno cui attaccarsi per sostenere che è un disastro. Mi metto a strati i vestiti che ho a disposizione, infilo le scarpe, esco.

E Londra, anche se non era prevista, diventa subito due giorni non sono abbastanza.

Fa freddo, e l’albero di Natale in Trafalgar Square è abbastanza spelacchiato. Ma ad ogni passo Londra ti attira, hai voglia fermarti ad ogni vetrina, mangiare in ogni ristorante, vorresti semplicemente passeggiare ancora e ancora. E così, passeggio.

L’ostello è dietro Leicester Square, uscire dalla metropolitana sotto l’Hippodrome è ripiombare in un istante alle prime volte in città, la vacanza studio e lo zainetto sulle spalle. Passo accanto a negozi dalle vetrine illuminate e ambasciate con le bandiere appesantite dalla nebbia, parchi con le ultime chiazze di neve e alberghi di lusso con il portiere con il cappello a cilindro. Cammino con il naso in su, i palazzi vittoriani che si stagliano nel cielo che si fa più azzurro con il sole che finalmente si mostra. Cammino anche nei musei, tra i quadri della National Gallery e le otto miglia del Victoria & Albert Museum. Tra i graffiti di Whitechapel e lo shakespeariano Globe Theatre, lungo il Tamigi  e fino al London Eye.

Londra è il mondo in una giornata.

Avevo dimenticato quanto mi poteva mancare.

2 risposte a “London Calling”

  1. Ho lasciato trascorrere i mesi e le notifiche dei tuoi racconti per gustarmeli d’un fiato e in tutti i sensi, in una notte sospesa tra la fine e l’inizio del giorno di un anno che volge al termine. Tempo di bilanci quindi, di ringraziamenti per tutto ciò che siamo riusciti a compiere, di buoni propositi per le mete ancora da raggiungere. Esperienza che arricchisce l’anima e la mente e rafforza la convinzione di poter spostare i nostri limiti, ancora più in là, ancora una volta. Grazie Laura

    1. Grazie Massimo, bellissimo commento 🙂 Grata di un anno inatteso, curiosa di un anno da inventare. Che, forse, è l’augurio migliore che possiamo fare a noi stessi.

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