Il giro (del Sudamerica) in 80 giorni

Qual è la cosa più strana che ti sia mai mancata? A me, gli avverbi.

Mi mancano proprio, direi a pari merito con il caffè. Che è sicuramente più banale e più prevedibile. Ma è la verità.

In qualche modo mi sono adattata allo spagnolo. Già prima di partire lo capivo abbastanza, e l’immersione accelerata in un modo fatto solo di questo idioma ha accelerato il processo. Sto imparando a districarmi tra i diversi accenti, dall’Argentino con le sue esse che si sciolgono in un’inflessione che al mio orecchio poco allenato richiamava quella dei vicini brasiliani, fino ai cileni, i più difficili, per la parlata accelerata e che tende a troncare le parole.

I libri portati da casa sono finiti velocemente, e li ho lasciati via via sul percorso per i prossimi viaggiatori, sostituendoli con altri che mi conducano nella lingua e nella cultura dei luoghi in cui mi trovo. Vedo film doppiati nelle lunghe tratte di autobus. E parlo, naturalmente. Ho iniziato con le richieste pratiche, quelle che ti permettono di mangiare e dormire e spostarti da un luogo all’altro. Ho continuato raccontando di me e del mio viaggio. Ogni tanto mi mancano le parole, non so coniugare i verbi.

Ma quello che mi mette davvero in crisi sono le sfumature. Gli avverbi, appunto.

Mi pare di avere un linguaggio statico, monocorde, piatto come se gli mancasse una dimensione. Una tortura, per me che invece cerco per quanto possibile l’esattezza del senso e l’eleganza della forma.

Nel frattempo, ho superato gli 80 giorni di viaggio.

Mi piacerebbe poter raccontare che ho letto il romanzo di Vernes in una delle lunghe estati della mia infanzia, ma sarebbe una bugia. Il mio riferimento culturale in questo caso è un cartone animato che si ispirava al viaggio di Phileas Fogg. Ricordo le avventure attraverso gli Stati Uniti, in treno, e poi l’India della dominazione coloniale. Mi lasciavano a bocca aperta tutte quelle esperienze incredibili. Forse anche da lì è rimasto il fascino per i treni e per l’atmosfera un po’ decadente di quelle che furono le colonie britanniche.

Soprattutto ricordo la scommessa.

Apparentemente persa per un solo giorno, con il successivo ribaltamento delle sorti grazie alla scelta di andare verso est, guadagnando un’ora alla volta, fino ad arrivare a Londra il giorno prima

Oggi, però, una cosa mi è molto chiara. Pensare di attraversare il mondo intero in ottanta giorni è una vera follia.

Nelle ultime undici settimane ho attraversato quattro Paesi. E ne ho a malapena scalfito la superficie. Affacciandomi su ciascuno, ho capito che non è sufficiente abbandonare il giudizio, per comprendere. Dobbiamo anche rinunciare al tentativo istintivo di riportare ciò che vediamo ai nostri parametri, di incasellarlo nelle nostre categorie. È un esercizio tutt’altro che semplice e non so quanto ci sono riuscita. Perché ci colpisce maggiormente quello che ci appare diverso. Ma agendo in questo modo, rischiamo di attribuire eccessiva enfasi a quelle che a noi appaiono contraddizioni. Offrendo loro un’importanza che forse non hanno.

Ho provato a guardarmi con lo stesso approccio. Perché alla fine anche ciascun individuo è così, impossibile da ridurre a tratti predefiniti. Mi sono vista nelle cose che mi riescono bene e in quelle che mi mettono in difficoltà.

Senza schermi, sei solo tu.

Quello che ti diverte e quello che ti infastidisce, quello che ti emoziona e quello che vorresti evitare. Perché prima o poi si torna. E il vero dono di un viaggio come questo è portarsi a casa la consapevolezza necessaria per integrare nell’esistenza quotidiana le cose che hai imparato ti fanno stare bene.

In questi 80 giorni ho perso una calza (e inspiegabilmente ho continuato a portarmi dietro la gemella per il mese successivo, ma prometto di abbandonarla prima di passare la prossima frontiera) e un cappellino (e con il senno di poi meglio quello della fascia, che risulta indispensabile per proteggere la testa dalle raffiche di vento patagoniche). I miei jeans non hanno resistito al trattamento piuttosto rude dei bucati settimanali, improvvisati senza stare a guardare troppo per il sottile (no, non è previsto dividere bianchi e colorati, cotone e delicati), e probabilmente concluderanno qui il loro onorato servizio. Insieme al cellulare, che ha deciso di spegnersi per non riaccendersi più, mettendomi di fronte alla consapevolezza di quanto la mancanza di questo strumento mette in crisi la nostra vita quotidiana, che ha dimenticato l’epoca non così lontana in cui non esisteva nemmeno.

Ho un quaderno e mezzo fitto fitto di pensieri (cioè di geroglifici scritti al risveglio o su un autobus, che io per prima spero un giorno di riuscire a decifrare), che si sommano alle parole condivise in questi post e a quelle, ancor più numerose, di un file che per ora è solo nel mio computer.

Sono a migliaia di chilometri da chi mi conosce veramente, e questo a volte si sente forte come se quelle stesse persone fossero su un altro pianeta. Ci sono giornate in cui la sento fisicamente, quella distanza. Quando vorresti non dover spiegare te stessa, vorresti ridere di battute che hanno senso solo perché avete condiviso momenti, vorresti che quella retta di chissà quante miglia si cancellasse in un istante.

Quando avresti bisogno di qualcuno che dicesse “Non ti preoccupare, ci penso io”.

Perché capita, prima o poi. Quando la somma dei piccoli contrattempi all’improvviso supera la capacità di adattamento e tu ti senti sopraffatta. Mi è capitato, giusto giusto allo scoccare dell’ottantesimo giorno.

La Patagonia era un incontro che attendevo da tutto il viaggio. I suoi orizzonti, le cime innevate nella distanza, il suo silenzio. In una parola, la sua natura. Percorrendo i sentieri del Parco Torres del Paine, dove puoi camminare solo per ore, nonostante le migliaia di visitatori che lo attraversano ogni giorno, ti rendi conto che quella che siamo abituati ad incontrare tende ad essere una natura differente. Quasi sempre addomesticata, trasformata dalla costante vicinanza con l’uomo.

La aspettavo, l’ho incontrata. E, sinceramente, ho avuto una notevole dose di fifa.

Quando all’improvviso ti rendi conto che, davvero, sei solo una minuscola particella. E che nell’universo non cambia niente, che tu ci sia o meno. Ho fissato il vento che si immergeva nell’acqua come fosse una cosa viva, la sollevava in forme che non credevo nemmeno possibili, la faceva crollare metri più in là schiaffeggiando con violenza qualunque cosa ci fosse sul suo cammino. Mi sono trovata bloccata senza un piano b, perché la natura se ne frega degli itinerari ben fatti e dei programmi di viaggio.

Sono stata fortunata. Anche lontana, ho incontrato un gruppo di camminatori italiani bloccato come me.

Quando ti senti piccolo, stare vicini aiuta.

E sono grata che mi abbiano accolto, grata di aver diviso con loro la cena e la serata, grata di essermi svegliata all’alba per arrivare insieme fino all’uscita del parco.

Anche loro mi hanno ricordato che c’è una bella differenza, tra distanza e distacco.

E sono fortunata, perché il distacco dalle mie persone non l’ho mai sentito.

Come alla partenza, quasi con stupore ma soprattutto con immensa felicità, sono stata avvolta da parole di sostegno, così anche quando tutto sembrava sopraffarmi, sapevo che loro pensavano a me. Che probabilmente erano in pensiero perché avevo detto che sarei tornata alla civiltà dopo tre giorni. E che non devo fingere di essere invulnerabile. Ho avuto paura e oggi sono ancora sottosopra.

Così. Mi fermo, mi coccolo. Solo caffè, un libro, sedermi su una panchina al sole.

A camminare si ricomincia domani.

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2 risposte a “Il giro (del Sudamerica) in 80 giorni”

  1. quiero que me relates
    tu último optimismo
    yo te ofrezco mi última
    confianza

    aunque sea un trueque
    mínimo

    debemos cotejarnos
    estás sola
    estoy solo
    por algo somos prójimos

    la soledad también
    puede ser
    una llama

    m.b.

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