Le donne, i cavalieri, le armi

Mi piacciono questi viaggi di notte.

Anche se c’è sempre quello che russa e anche se il termostato sembra invariabilmente bloccato su una temperatura caraibica  oppure su quella di un congelatore. Le vie di mezzo non sono contemplate, a quanto pare. Non a caso i viaggiatori abituali si sono presentati dotati di spesse coperte in cui avvolgersi. Io ho cercato di arrangiarmi con la giacca e per il resto ho semplicemente avuto freddo. Ma ho anche avuto le stelle, con Orione capovolto e le altre costellazioni di questo emisfero, che non so riconoscere ma che non per questo brillano meno. Ho avuto una luna piena che rischiarava la notte. Ho avuto l’alba sull’altopiano, la luce calda che si avvicina un passo alla volta, da dietro le montagne che bordano questa pianura a tremila metri di altezza.

Alla fine, ho deciso di saltare del tutto La Paz.

Lo so, sembra assurdo dirlo riferendosi ad un periodo di tre mesi, ma non avevo abbastanza tempo. Già nei viaggi precedenti avevo fatto pace con la consapevolezza che non si può vedere tutto. E adesso che queste giornate sembrano un dono irripetibile, mi rendo conto che la trappola del “Ma sei già lì, davvero questo non lo vuoi fare?” è ancora più pericolosa. Così, a volte, l’unica soluzione che trovo è chiudere gli occhi. Fingere di non aver sentito. Non fermarsi in una città per mezza giornata per poter dire “Fatto!” ma proseguire direttamente verso la tappa successiva.

Quindi, sono rimasta a La Paz per circa un minuto.

Scesa dal bus notturno, ho chiesto alla prima compagnia di trasporti quando partivano in direzione Titicaca. “Ora”, mi hanno risposto. Biglietto, pago, salgo. Di La Paz mi restano il traffico impazzito, la facciata gialla del terminale dei bus disegnato da Eiffel  (che torna un’altra volta – ma che ci faceva in Sudamerica?!), le cabine del Mi Teleférico che volteggiano sopra la città.

E un buon motivo per tornare.

Direzione, Copacabana. Che no, non è spiagge, palme e salsa. Quella Copacabana, quella che conosciamo tutti, in realtà viene dopo e prende il nome da questa e dall’effige della Vergine protettrice della città e di tutta la Bolivia. Questa Copacabana è sul Lago Titicaca, 3800 m slm. La spiaggia c’è anche, volendo, ma la temperatura sconsiglia il bagno.

Per il resto è un paesone che si è reinventato a misura di turista mordi e fuggi. Un centro fatto di tre vie, più la piazza dove sostano gli autobus che fanno la spola da La Paz e verso il Peru. Una di fianco all’altra piccole agenzie viaggi che vendono passaggi per la Isla del Sol, che è poi il motivo per cui tutti fanno tappa qui.

Ci vado anche io, naturalmente.

Partenza al mattino su una barchetta che procede lenta. Ci scaricano a Yumani, il porto più vicino. Fino a qualche mese fa era possibile anche proseguire fino a Challapampa, nella parte nord dell’isola, e da lì attraversarla a piedi. A quanto pare, però, le due comunità hanno litigato per questioni legate al ricavato degli ingressi dei turisti e così, niente trekking. Sicuramente se ci fosse stata questa possibilità l’avrei colta.

Ma questo intoppo si rivela un bene.

Salgo la ripida rampa della Escalera del Inca, arrivo davanti ad una chiesa, sento cantare. Mi avvicino, stanno celebrando la messa in quechua. Fuori, si radunano poco alla volta i membri di una banda musicale. Anzi, di due. Iniziano ad arrivare giovani donne tutte agghindate, con strati e strati di gonne ampie, mantelle con ricamati profili di bestiame, a tracolla corni e altri utensili. Poi giovani uomini, diventati cavalieri con il loro destriero di cartapesta appeso alle spalle con delle bretelle colorate. È una processione che porta in trionfo la Madonna del Rosario, ma allo stesso tempo un esempio della profonda fusione tra riti cristiani e religiosità andina. Le donne, in abiti tradizionali, si dispongono, in ginocchio, attorno a una delle più anziane. È lei a raccogliere le offerte sotto forma di foglie di coca e piccoli oggetti. Poi, le due bande sembrano sfidarsi, la musica si fa più intricata, quasi cacofonica, e tutti i presenti in costume iniziano una danza che sembra la rievocazione di una battaglia.

Al centro, l’anziana è stata affiancata da un uomo.

Ballano concentrati, gli sguardi che ogni tanto si cercano e che allo stesso tempo controllano il movimento di tutto il resto della coreografia. Entrambi vestiti di marrone e nero, il loro segno distintivo è una foto incorniciata di giallo che portano come appuntata al petto. Insieme a un orso di peluche formato maxi. Sarebbe tutto molto comico, se non risultasse invece intenso. Scatto foto, ma soprattutto osservo e ascolto, seguendo i tamburi e i fiati che accompagnano il ritmo.

Per il resto della giornata cammino per i sentieri, sbircio le calette sulla costa opposta, osservo l’invidiabile posizione scelta dagli Inca per quella che probabilmente era una residenza nobiliare, affacciata sul blu del lago e sul bianco delle nevi perenni della Cordigliera Real.

Ma mi sembra manchi qualcosa.

Così, una volta sbarcata, sento musica e non ci penso due volte. Risalgo le stradine della città seguendo il ritmo. Il campo sportivo è parzialmente coperto da un tendone, il palco è occupata da un quintetto che suona e canta una cumbia, davanti uomini e donne nei tradizionali abiti della festa, che ballano e ridono. La città turistica mi sembra ancor più una scenografia senza vita. Là, le voci sempre meno convinte dei venditori, i viaggiatori che si affrettano dentro il primo locale che promette una birra fresca o un menu a prezzo stracciato. Qui lo sfrigolio di fornelli improvvisati, le casse di birra che vengono portate all’interno, la melodia che cambia ma non si ferma mai. Mi avvicino, anche se so che non ne faccio parte. Mi siedo su uno degli sgabelli, prendo il mio piatto, stavolta anche io mangio con le mani come tutti. Niente cucchiaio da straniera.

Poi, riprendo la strada dell’ostello. La musica rimbomba sui muri, riempie tutta la città. Mi chiedo come facciano gli altri a non sentirla, a ignorarne il richiamo.

Almeno, lascio che mi faccia da ninna nanna.

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